Ad esser forti con i deboli sono capaci tutti!

Salta (per ora) lo ius soli: quella norma che dovrebbe consentire a chi, pur avendo genitori stranieri, nasce e vive da sempre in Italia. Una norma che riguarda circa ottocento mila minori che qualcuno si ostina a chiamare stranieri ma che non lo sono, perché sono nati e cresciuti nel nostro Paese, insieme ai nostri figli e non hanno conosciuto un’altra Patria se non questa. Perché è importante per ognuno sapere a chi si appartiene. Permettere che vi sia una generazione di ragazzini senza Patria, senza senso di comunità, con la percezione di essere diversi, è l’esatto contrario di quello che dovremmo fare.

Ma si sa: è facile essere forti con i deboli. Chi protesterà, chi difenderà le loro ragioni? I loro diritti possono attendere……

Oggi è stata umiliata una speranza. La speranza di vedere riconosciuta la coerenza fra ciò che si è e ciò che ti viene detto che sei.

Per essere chiari: il provvedimento in discussione al Senato intendeva introdurre due nuove fattispecie per il riconoscimento della cittadinanza: il cosiddetto “ius soli temperato”, che riconosce cittadinanza a minori nati in Italia con almeno un genitore con permesso di soggiorno di lunga durata e legalmente residente in Italia da almeno cinque anni e lo “ius culturae” per il quale possono ottenere la cittadinanza i minori stranieri nati in Italia, o entrati entro il 12esimo anno, che abbiano “frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti scolastici del sistema nazionale, o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali”.

Non stiamo parlando dei “figli di domani”, quelli degli stranieri sbarcati oggi. Stiamo parlando dei “figli degli altri”, di quelli che già oggi siedono a scuola nel banco accanto ai “nostri”, che fanno merenda e giocano con i nostri figli. Sono quelli a cui abbiamo il dovere di dire che la loro percezione di essere Italiani è giusta, è vera. Che anche loro hanno una terra a cui appartengono ed è questa.

A te, caro senatore, che oggi rivendichi con orgoglio il risultato di aver fermato la norma, dico con rabbia e delusione che non vi è ragione di essere orgogliosi: non è difficile e non vi è dunque alcun merito nell’accarezzare le pance, indirizzare le vele verso dove soffia il vento. Ma forse avrai fatto i tuoi calcoli. E allora segna pure. Meno uno.

Pubblicato da: mattiacivico | 13 luglio 2017

Aiutarli a casa loro? Dieci proposte concrete

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Intervento Pubblicato da L’Adige – 13 luglio 2017

 

Aiutarli a casa loro?

Oltre gli slogan, dieci punti per una politica delle migrazioni

 

 

“Aiutarli a casa loro” e “non possiamo accoglierli tutti” sono due slogan sbagliati, che però potrebbero svelare una parte di soluzione.

“Aiutarli a casa loro”: certamente é condivisibile da tutti l’idea che ogni persona -a prescindere dal luogo in cui viene al mondo- abbia il diritto non solo di sopravvivere ma di vivere in pace, avendo le risorse necessarie per garantire una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia.

Questo obiettivo non si raggiunge con i muri o impedendo attivamente l’arrivo di chi fugge da condizioni di vita inaccettabili per chiunque, ma mettendo in campo almeno le seguenti tre azioni concrete:

1) investire in cooperazione allo sviluppo e in azioni di supporto alla crescita economica, sociale, educativa. Bene l’idea di un nuovo “piano Marshall” per l’Africa. É tra l’altro una “Operazione giustizia” che dovrebbe essere conseguente ad una “operazione verità”: vi è una relazione molto intrecciata tra la storia dei Paesi africani e il continente europeo che andrebbe riletta e rielaborata;
2) stop alla produzione e all’export di armamenti: questo passaggio sembra banale, ma evidentemente non è per nulla semplice. Le guerre si combattono con le armi. Se il nostro Paese produce ed esporta armi, se l’Europa non inverte la tendenza in questo campo, non possiamo stupirci del costante proliferare di conflitti armati che provocano le tante morti di cui sappiamo il grande numero di migranti che fuggono che vediamo. E’ un errore pensare che produzione e esportazione di armi siano elementi che favoriscono maggiore sicurezza: è vero l’esatto contrario. L’idea poi di sostituire la politica estera con il sostegno a questa o quella parte in conflitto (esportare democrazia si diceva un tempo….) è un grave errore che nel tempo produce danni globali. Lo sappiamo bene: i conflitti sono per loro natura molto instabili e i cambi di fronte sono una prospettiva molto concreta e frequente. Il supposto “buono” che sostieni oggi domani diventerà il tuo peggior nemico. Dunque non è procrastinabile il tema della riconversione dell’industria bellica italiana e lo stop all’export di armi in Africa e Medio Oriente.
3) abbandonare il controllo economico da parte di multinazionali che di fatto impoveriscono i territori di provenienza dei migranti: vengono da Paesi che non sono poveri di risorse, ma sono, nella stragrande maggioranza dei casi, Paesi impoveriti. Paesi ex coloniali nei quali permane una presenza egemone dell’economica europea e multinazionale. Nella consapevolezza  che modelli produttivi non basati sullo sfruttamento e sulla manodopera a basso costo, comportano una ridefinizione dei nostri standard di benessere. Ma forse è proprio questa la contraddizione che si fatica ad affrontare.
Con questi tre passaggi potremo forse dire che li stiamo “aiutando a casa loro”. Senza ipocrisie.

Il secondo slogan che sovente si accompagna al primo recita: “non possiamo accoglierli tutti”.

Anche in questo caso l’affermazione, superato il fastidio iniziale, potrebbe contenere una verità, perché “tutti”, se la parola “tutti” ha ancora senso, sono 65 milioni di persone (dati Unhcr), ed è evidente che il nostro Paese non può accogliere 65 milioni di persone. Ma questa non è neppure lontanamente la prospettiva concreta e reale. La stragrande maggioranza di questi “tutti” vivono ancora nel proprio Paese e sono dunque sfollati interni o sono accolti nei Paesi limitrofi ai territori di conflitto. Per limitarsi al Medio Oriente e al conflitto siriano possiamo notare che il Libano, Paese di 4,5 milioni di abitanti, accoglie in questo momento più di 1,5 milioni di rifugiati. La Turchia quasi 2 milioni di persone. La Giordania 650 mila. In Italia attualmente accogliamo circa 200 mila richiedenti asilo.
Dunque dire “tutti” non ha senso. Anche perché il contrario di “tutti” è “nessuno”. Dobbiamo fare la nostra parte: ma qual è la nostra parte?
4) evitare i viaggi della morte. Attivare a livello europeo canali umanitari rivolti a richiedenti asilo, identificati nei Paesi di partenza. Stroncare dunque sul nascere il traffico umano, mettere in salvo chi rischia la vita, ridurre al minimo la possibilità di ingresso di persone non identificate. Se non vogliamo rassegnarci alle morti in mare e ad accogliere i superstiti (si: è questo che stiamo facendo….), dobbiamo occuparci dei percorsi che i migranti fanno per giungere sulle nostre coste: prima che accogliere, proteggere. E proteggere significa andare incontro.

5) differenziare i canali di accesso: definire regole chiare che permettano l’ingresso legale in Europa dei migranti economici. Oggi l’unico ingresso legale si ha con la richiesta d’asilo: da qui l’ingolfamento delle commissioni, i numerosi dinieghi e conseguentemente la moltitudine di persone che permangono nel nostro Paese senza titolo di soggiorno. Così facciamo un enorme regalo alla malavita che rischia di dare più opportunità della via legale.

6) potenziare a livello locale la struttura delle commissioni per la valutazione delle condizioni giuridiche dei richiedenti: non è ammissibili che vi siano tempi di attesa per il primo colloquio spesso superiori ai 12 mesi. La permanenza prolungata e inattiva in una condizione di non definizione è assistenziale e diseducativa e paradossalmente rischia di tradursi in un incentivo economico: per male che vada un anno e mezzo di supporto economico e di accoglienza non si nega a nessuno. Se i tempi fossero molto ridotti (combinato disposto con il punto presedente: differenziare i canali di accesso) sarebbe più semplice gestire accoglienze, integrazione sociale e lavorativa, eventuali rimpatri.

7) verificare il modello di accoglienza oggi in vigore in Italia e connettere le buone prassi: Sprar e accoglienza straordinaria. Dobbiamo chiederci se è funzionale il fatto che a livello nazionale le prefetture deleghino in maniera diretta a strutture private il 100% dell’accoglienza straordinaria di queste persone. A mio avviso il modello trentino del Cinformi, che con meno risorse cura tutti gli aspetti legati alla presenza di richiedenti sul territorio (corsi di lingua, assistenza legale, alloggio e vitto) in raccordo con molti soggetti privati è più funzionale in quanto non delega totalmente al privato, ma mantiene in capo al pubblico la responsabilità di accompagnare la presenza e di gestire in maniera virtuosa l’accoglienza. Investire sull’accoglienza diffusa evitando la concentrazione di grandi numeri nelle stesse località. Urgente a mio avviso pensare a modalità nuove per gestire l’accoglienza successiva al pronunciamento delle commissioni territoriali, nella cosiddetta “terza fase”, quella dell’inegrazione lavorativa e sociale.

8) permessi di soggiorno per “buona integrazione”. Dopo mesi di positiva integrazione e di investimento pubblico non possiamo permettere che buone persone, oneste, che hanno fatto un positivo percorso di relazione con la nostra comunità e che dunque sono una ricchezza per il nostro territorio, non abbiano titolo legale per permanere e che scivolino quindi in una condizione di clandestinità verso condizioni di illegalità. È attiva una campagna di raccolta firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare (che si chiama “Ero straniero”) e che affronta con efficacia questo ed altri temi cruciali. Necessario ed urgente riformare la legge Bossi-Fini.

9) non solo politica ma anche cittadinanza attiva: credo sia fondamentale mettere in evidenza le buone prassi, le positive esperienze di accoglienza ed integrazione che molto spesso vedono i comuni più piccoli o i singoli cittadini come protagonisti. E’ giusto pretendere che la politica faccia la propria parte, ma sarebbe un errore pensare che le istituzioni hanno la possibiltà di risolvere “da sole” un problema tanto complesso. Come cittadini dobbiamo credo entrare nella logica che siamo dentro un processo globale di cui possiamo essere protagonisti invece che vittime. Ognuno può fare la propria parte, a partire dalla disponibilità a informarsi oltre il fango della rete, aprendo a relazioni, cogliendo occasioni di conoscenza e di accompagnamento. Il primo passo per superare la paura dell’ignoto è renderlo meno ignoto. Non vivere i processi migratori come una minaccia passivamente subita, ma come una dinamica che interroga giustamente la stessa identità di un territorio, ma che può vedere i cittadini consapevoli e protagonisti.

10) corridoi umanitari di rientro. I rimpatri e i riaccompagnamenti non possono essere un tabù e dobbiamo pensare seriamente anche ad aiutare coloro che non hanno titolo legale per rimanere o che per le più disparate ragioni non hanno oggettivamente qui un futuro, a rivedere il proprio progetto migratorio. Riaccompagnare invece che espellere: con progetti mirati in accordo con la cooperazione internazionale, finalizzando fondi a progetti di sviluppo locale.

Questi 10 passi concreti non rendono più digeribili due slogan sbagliati, ma mettono le basi per una accoglienza più sostenibile, per rispondere ad un dovere non solo nostro ma anche nostro: in quanto esseri umani.

 

Pubblicato da: mattiacivico | 6 luglio 2017

Se il PD é un treno…..

IMG_1770.PNGPer descrivere la attuale situazione del PD è stata usata la metafora del treno in corsa che perde passeggeri. L’immagine sembrerebbe far intendere che chi l’ha usata voglia in realtà dire “fermate il treno che voglio scendere”. E abbiamo anche visto effettivamente che recentemente, più a livello nazionale che locale a dir la verità, qualcuno ha chiarito la propria collocazione, riconoscendosi in altri recenti soggetti politici.

A mio avviso è proprio questo il punto da chiarire: coloro che oggi, come ormai da anni, sostengono l’urgenza di una forma partito slegata dal nazionale sono le stesse persone che non hanno sostenuto il referendum di dicembre, che hanno invitato gli elettori a non andare alle urne o che il giorno dopo il risultato negativo hanno sparato sul capotreno. Più che aggregare forze locali per dare forza al PD nazionale, sembrano faticare nel riconoscersi nel proprio partito e non mancano di prendere le distanze dal PD nazionale.

La confederazione tra soggetti locali e partito nazionale è una possibilità prevista dallo statuto e ha come unico obiettivo quello di aggregare le realtà territoriali che si riconoscono e si impegnano a sostenere lealmente il PD nazionale.

L’operazione, per come intesa dai promotori promotori, rischia di avere direzione contraria: divisi sul nazionale e uniti sul locale. Forse perché anche i più scettici nei confronti del Partito Democratico nazionale rivestono a livello locale incarichi importanti e sembrano aver scordato il loro percorso personale che li ha portati ai più alti incarichi.

Viene tra l’altro caldeggiata e prospettata l’alleanza con formazioni politiche che si collocano a sinistra del PD proprio da chi a livello locale pareva essersi assunto il compito, per sensibilità e per percorso personale, di rappresentare quelle istanze dentro il PD. Coloro che nel 2008 sono entrati nel PD dalla porta di sinistra, rimarrebbero nel PD se questo fosse coalizzato con un soggetto alla propria sinistra? E’ nostro compito dare maggiore spazio e peso ad idee e azioni orientate al pieno riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone; agire con sempre maggiore efficacia per affermare nei fatti il principio di uguaglianza, adoperandosi con passione e incisività per contrastare discriminazioni e povertà, promuovere il buon lavoro; Non vogliamo forse pienamente assumerci il compito di essere lo spazio per contrastare il populismo e condividere con la nostra comunità soluzioni concrete per favorire uno sviluppo dal volto umano?

Sia chiaro: non sono contrario alle alleanze con uno o più soggetti che si collocano a sinistra del PD, a patto che ciò non implichi la delega a quei soggetti di temi invece centrali come la difesa di diritti delle persone e la promozione di più uguaglianza che ritengo invece debbano avere piena e sempre più ampia cittadinanza nel PD. E a patto che siano alleanze chiare non destinate a dissolversi il giorno dopo le elezioni: le alleanze vanno bene ma devono reggere alla prova dei fatti. Devono servire per governare e non solo per vincere le elezioni: devono dunque essere fondate su una base valoriale comune e su una comune visione di medio lungo periodo. Il PD in primis dunque deve sentire come propri i temi “di sinistra”. Non è sempre semplice e spesso chi lo fa concretamente sconta una certa solitudine, ma questo invita ad un maggiore impegno non certo alla diserzione!

Credo che chi rappresenta il PD nelle istituzioni non possa essere ambiguo e debba chiarire la propria posizione: il PD, come ogni partito o aggregazione politica, è una comunità di cittadini che hanno il diritto di sapere se coloro che la rappresentano si riconoscono ancora in questa comunità.

Il PD non può dunque essere sotto ricatto. Per tenere unito il partito non basta attribuire incarichi a chi sta sulla soglia. questa strategia non porta da nessuna parte! Dobbiamo evidentemente dare un segnale chiaro: per usare una espressione cara un tempo al segretario Bersani, ci vuole un richiamo forte a lavorare “per la ditta”, nella consapevolezza che è il perimetro di una comunità che merita rispetto e ogni sforzo affinché sia sempre più luogo di confronto e costruzione di proposte politiche condivise e necessarie. Per farlo dobbiamo evidentemente da un lato ricucire il rapporto con chi oggi è in generale deluso dalla politica e non riconosce nello stare insieme nella forma partito lo strumento per costruire le soluzioni ai problemi che ci sono. Io credo che i partiti siano ancora oggi l’unico strumento per organizzarsi tra cittadini e in particolare credo che il PD sia ancora oggi lo spazio per lavorare per il bene comune, a patto che si recuperi il senso di comunità, dello stare insieme superando le ambizioni personali a favore di un progetto comune.

Sono pertanto contrario a sciogliere il PD del Trentino in un soggetto territoriale, soprattutto se questo vuole essere uno strumento per avere le mani libere a livello nazionale. Men che meno sono favorevole a rinunciare al simbolo che significa con chiarezza una appartenenza a cui la nostra comunità politica fa riferimento.

Sono favorevole invece ad un dibattito sulla coalizione provinciale, che ha evidente bisogno di rilancio, per ribadire programmi e valori sui quali fondare una proposta politica chiara in vista del 2018. Anche aprendo un dibattito con i soggetti civici o più immediatamente vicini alla nostra coalizione. Senza dimenticare che abbiamo il compito primo di valorizzare più convintamente i soggetti che sono già nella coalizione, come per esempio i “Verdi e democratici del Trentino, che non sono rappresentati in consiglio provinciale e che siedono all’opposizione in Consiglio regionale. Questione locale e questione nazionale sono dunque legate come sono legati i binari di un treno. I binari son due, corrono paralleli e individuano un unico percorso. Divergere e avvallare operazioni di strabismo politico, rischia di far deragliare il treno.

 

L’onore di rappresentare il PD richiede l’ònere della chiarezza.

Pubblicato da: mattiacivico | 28 giugno 2017

A Strasburgo per i Corridoi Umanitari

IMG_1742.JPGPresentati a Strasburgo, al Consiglio d’Europa, l’esperienza dei Corridoi Umanitari e il caso di Trento.

Martedì 27 giugno Il consigliere provinciale Mattia Civico ha presentato al Consiglio d’Europa il modello dei Corridoi Umanitari e ha raccontato l’esperienza di Trento. “I siriani profughi in Libano sono 1,5 milioni su 4,5 milioni di abitanti. La situazione é davvero insostenibile da tutti i punti di vista: sociale, sanitario, educativo, del riconoscimento dei fondamentali diritti umani. Abbiamo conosciuto Badheea e la sua famiglia (9 figli, 20 nipoti molti dei quali molto piccoli) e abbiamo appreso della loro intenzione di prendere i barconi. Con i volontari di Operazione Colomba (presenti nel campo di Tel Abbas da tre anni) ci siamo chiesti non solo cosa sarebbe stato di loro, ma anche che stava accadendo a noi, alla nostra stessa umanità, in grado di assistere inerme a quelle immani tragedie. Con la Comunità di Sant’Egidio abbiamo costruito una alternativa, una strada nuova.
A fine anno saranno 2.000 le persone messe in salvo e in sicurezza con i corridoi umanitari.
Il 17 dicembre 2015 a Roma si é firmato il protocollo con il Governo e il giorno dopo il Consiglio Provinciale di Trento ha approvato un ordine del giorno di sostegno e di disponibilità all’accoglienza. Il corridoio umanitario é davvero l’alternativa ai trafficanti di uomini e alle morti in mare. Ci permette di accogliere non solo i superstiti, ma di mettere in salvo delle vite, di andare loro incontro, di conoscere prima del loro arrivo i migranti, di preparare le comunità all’accoglienza. In questo senso a Trento si é costruita una alleanza virtuosa tra istituzioni laiche e religiose, tra Provincia e Diocesi, associazioni, volontari, comunità locali.
L’accoglienza così gestita può essere davvero non solo una fatica ma un incontro positivo e arricchente. Che può dare speranza. Badheea racconta la sua storia nel libro edito dalla casa editrice Il Margine -Badheea, dalla Siria in Italia con il corridoio umanitario- e riguardo al suo arrivo a Trento scrive: “Quando arrivammo a Trento c’erano le persone in strada ad aspettarci per fare festa. Erano quattro anni che non vedevo un letto e quattro anni che non vedevo un bagno. E finalmente potevo addormentarmi senza avere paura. Qualcuno era stato con me, qualcuno mi stava aspettando, qualcuno mi aveva preparato un posto. Ecco cosa é la Speranza: sapere che qualcuno é con te, ti aspetta e ti prepara un posto.”

 

L’incontro é stato introdotto dall’on. Michele Nicoletti, presidente della delegazione italiana e capogruppo dei socialisti, che ha sottolineato come sia oggi un dovere percorrere e sostenere strade nuove, che mettano al centro la dignità delle persone. “Prima che profughi sono persone e l’Europa ha il dovere di ascoltarne il loro grido.”
L’onorevole Gabriella Battaini Dragoni, vicepresidente del Consiglio d’Europa, ha riconosciuto all’esperienza dei Corridoi una grande valenza sotto il profilo umanitario e ha richiamato alla necessità di conoscere e diffondere questa esperienza, modello virtuoso basato sull’attivazione e l’accoglienza da parte delle comunità locali.
Ê intervenuto Aeham Ahmad, rifugiato siriano in Germania e noto alle cronache come il “pianista di Yarmuk” che ha raccontato la sua storia.
L’onorevole Milena Santerini, relatrice generale sulla lotta contro razzismo e intolleranza, ha auspicato l’adozione di questo modello da pare di altre realtà europee. Il professore Paolo Morozzo della Rocca, docente di diritto ad Urbino, ha illustrato il progetto dei Corridoi Umanitari mettendo in luce gli aspetti giuridici dello strumento.

mattia in aulaOggi il Consiglio Provinciale ha approvato il testo unificato che istituisce le figure di garante dei detenuti e dei minori.

Grazie ai colleghi che sono intervenuti in questa discussione generale, dai toni pacati e dai contenuti importanti: a volte punti di vista diversi non sono totalmente inconciliabili, specie se si assume il punto di vista delle comunità e non quello delle appartenenze, che a volte ci spingono alla inutile ideologizzazione dei temi.
Esprimo intanto soddisfazione per il dibattito che c’è stato e rinnovo il ringraziamento per i contributi fin qui espressi. Su una cosa credo possiamo essere tutti d’accordo: il carcere, il carcere di Trento, la casa circondariale, non è un corpo estraneo alla nostra comunità: è un contenitore collocato dentro la nostra comunità e le persone che a vario titolo operano e vivono dentro quelle mura sono appartenenti alla nostra comunità. Questa mi pare una base di partenza che può essere la base comune. Erto abbiamo punti di vista e sensibilità differenti: magari uno enfatizza più l’attenzione ai detenenti, l’altro più l’attenzione ai detenuti, l’altro più gli aspetti sanitari, gli altri più la funzione rieducativa della pena, altri ancora quella più restrittiva di sicurezza o di risarcimento nei confronti delle vittime. Però nell’esprimere questi punti di vista differenti sostanzialmente abbiamo detto, insieme, una cosa: che quel carcere è parte della nostra comunità e che quel contenuto ci riguarda.
Quindi detenuti e detenenti, certamente. Ricordandoci, l’ho detto in premessa – l’ho detto nella parte di ragionamento che va a fondamento della presentazione del disegno di legge – che mai nessuno ha pensato che il Garante dei detenuti potesse essere una funzione contro qualcuno. Non è mai contro qualcuno, ma è a favore del pieno riconoscimento dei diritti, nella consapevolezza che il pieno riconoscimento dei diritti fa fare percorsi positivi alle persone e che, pertanto, migliora anche il clima interno, anche il clima lavorativo dei detenenti e di chi ha responsabilità educative, trattamentali, sanitarie, di controllo, di accompagnamento e di sorveglianza.
Qualcuno ha enfatizzato maggiormente il tema del sovraffollamento e il tema della carenza di personale. Io vorrei dire una cosa, molto chiaramente: c’è stato un periodo in cui i direttori del carcere di Trento erano sempre direttori a scavalco, c’è stato un periodo in cui non avevamo un direttore del carcere. In quello stesso periodo avevamo lo stesso problema di oggi: sovraffollamento e personale sotto organico. In quella stagione il Consiglio provinciale ha approvato un ordine del giorno, a prima firma del sottoscritto, per chiedere il pieno rispetto del protocollo sottoscritto tra Stato e Regione. Questa non è una battaglia di parte, è e deve essere una battaglia di tutto il Consiglio provinciale. Che il Consiglio provinciale chieda al Governo, allo Stato, il pieno rispetto dei protocolli sottoscritti deve essere una battaglia comune.
Detto questo, io però aggiungo che questo non basta. Non possiamo fermarci a questo, perché non è sufficiente il rispetto dei numeri e il rispetto degli organici, perché poi quello che succede nelle istituzioni totali – e succede in tutte le istituzioni totali – è che detenuti e detenenti giocano ruoli differenti. È evidente. Noi qui oggi diciamo che sono la stessa comunità carceraria. va bene: diciamocelo, se serve a dirci che sono parte della nostra comunità, ma diciamo anche che detenuti e detenenti hanno ruoli diversi. Diciamo anche che il ruolo dei detenenti e quindi della struttura trattamentale, dell’amministrazione, degli agenti, non è solo quella del controllo, ma è anche quella della promozione di percorsi positivi. Perché la cosa che a noi deve interessare, più di tutte, è che, scontata la pena, non escano delinquenti più delinquenti di quelli che sono entrati, ma escano persone che hanno fatto un percorso di senso, che possano avere scoperto, o riscoperto, che è possibile vivere all’interno della comunità rispettando il patto di legalità. Questo è l’obiettivo, anche della detenzione, altrimenti, se noi ci scordiamo questo, non ha senso la detenzione. Altrimenti il carcere rischia di essere la fabbrica dei delinquenti. È un paradosso. Un paradosso in cui dobbiamo provare a stare.
Io penso che una figura come il Garante dei detenuti non sia la panacea universale. Non è la soluzione a tutti i problemi, ma è la concretizzazione del nostro interesse nei confronti del carcere. Il Consiglio provinciale si dà uno strumento per dire che quel carcere è parte della nostra comunità e a noi interessa sapere che cosa succede là dentro. A noi interessa sostenere le buone risorse, le buone intenzioni, il buon operato di chi ci lavora. A noi interessa promuovere percorsi di crescita, di emancipazione e di ritorno alla legalità di quelli che sono detenuti.
Per fare questo, dobbiamo dimostrare tutti i giorni che lo Stato è più affidabile della malavita. Questo è il punto: noi dobbiamo essere più desiderabili della malavita organizzata e, per farlo, dobbiamo saper rispettare la dignità, i percorsi e le condizioni povertà e fragilità delle persone. Le giudica il giudice, ma una volta emessa una sentenza il giudizio sulle persone va superato nella vicinanza e nell’accompagnamento verso percorsi di riscatto. Se non facciamo questo, saremo inevitabilmente sommersi dalle questioni della recidiva.
Il carcere non sempre è un luogo in cui i diritti fondamentali vengono pienamente rispettati. Questo non venga vissuto come un’accusa a qualcuno, ma è nella natura degli istituti totali il rischio che questi comprimano fortemente i diritti personali delle persone che lì vivono. Questo non perché ci sono delle guardie cattive, non perché c’è un direttore cattivo e perché tutti gli altri sono buoni, ma perché è nella natura delle istituzioni totali restringere il campo dei diritti personali. È la natura delle istituzioni totali. Altrimenti non si spiegherebbero alcuni dati che a livello nazionale sono preoccupanti. Ci sono dei dati anche locali, ma siccome siamo dentro un panorama nazionale, iniziamo da quelli nazionali.
Qualcuno ha detto che in carcere ci sono i delinquenti, ma ci sono anche quelli in attesa di giudizio e il nostro ordinamento garantisce il fatto che fino a sentenza definitiva una persona non possa essere dichiarata un delinquente. Ci sono anche quelli in attesa di primo giudizio. La popolazione carceraria dunque non è solo composta da delinquenti patentati e definitivi, c’è una popolazione composta in vario modo.
Non è una scusante per nessuno, ma le ragioni per cui si può arrivare a delinquere possono essere molteplici. A volte sono cause determinate da appartenenza a contesti sociali di povertà, di arretratezza culturale, che evidentemente vanno colmati. La detenzione, oltre che essere l’esecuzione della giusta sentenza, può essere anche una straordinaria occasione per colmare quel vuoto che ha fatto deviare i percorsi delle persone verso l’illegalità, con tutte le responsabilità personali e individuali che le persone devono assumersi.
Se noi non ci mettiamo in ascolto di quello che là dentro succede, rischiamo che rimanga soltanto una voce possibile per i detenuti, che è quella degli atti di autolesionismo, che è quella dei suicidi. Questo è un altro dato che non possiamo non considerare. Se non diamo un segnale di ascolto a quella popolazione, il loro modo, il modo di comunicare di persone che non hanno la possibilità di interloquire con l’esterno, è quello di fare del proprio corpo la parola per urlare la propria condizione di malessere. Questo succede a livello nazionale e succede anche a livello locale.
Sono circa 30-40 ogni anno gli atti di autolesionismo grave che avvengono, nel nostro carcere di Trento. Io spero che con un contributo, anche da parte nostra, di maggior ascolto e di rapporto più costante con quella popolazione, riusciremo forse a trovare altre strade per dialogare e comunicare.
Nel ringraziare la prima commissione, la giunta, il gruppo consiliare, la conferenza dei capigruppo, vorrei simbolicamente consegnare questa norma a detenuti e detenenti, a operatori e volontari che operano in carcere perché questa norma é per loro. E se mi é permesso, vorrei dedicare questo sforzo che ci ha portato fin qui ad una persona che detenuti e detenenti hanno insieme amato: padre Fabrizio Forti.

Pubblicato da: mattiacivico | 5 maggio 2017

8 maggio: NONVIOLENZA dialogo con Moni Ovadia, Hafez e Kappa

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Credo che questo appuntamento sia una bella occasione di riflessione sul tema della nonviolenza, ma anche di rilancio della urgente necessità di ritrovarci in cammino.

Accanto allo smarrimento che viviamo per un mondo sempre più ferito e violento, vi sono esperienze concrete ed efficaci che possiamo conoscere e sostenere. E a cui attivamene possiamo partecipare.

Ho pensato di “apparecchiare” questo incontro perché ho conosciuto recentemente Hafez in Palestina e sono rimasto colpito dalla sua persona e ancor più dalla sua scelta, fatta molti anni fa e vissuta con coerenza: quella di difendere la propria terra e la propria comunità con gli strumenti della nonviolenza. Ho conosciuto i volontari di Operazione Colomba che stanno con lui e la sua comunità da più di 15 anni. Ho conosciuto tra gli altri un ragazzo che da anni viene scortato dai volontari lungo il percorso che deve fare per andare a scuola: ora va all’università.

La violenza é raccontata tutti i giorni con impressionante realismo e crudezza. E cresce via via il senso di impotenza. Forse quello che possiamo fare é prestare ascolto e dare spazio ad una concreta alternativa.

Abbiamo chiesto a Moni Ovadia di ascoltare Hafez e Alberto con noi e di aiutarci nella riflessione.

L’incontro é reso possibile grazie ad Operazione Colomba e alla attiva e convinta adesione dell’assessora Sara Ferrari. Sostiene anche il Forum della Pace.

Ti aspetto dunque.

 

Pubblicato da: mattiacivico | 15 aprile 2017

Pasqua Oltremodo

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É Pasqua:

c’é vita oltre la morte,

c’é riso oltre il pianto,

c’é pace oltre la guerra,

c’é giorno oltre la notte,

c’é nonviolenza oltre la violenza,

c’é luce oltre il buio,

c’é perdono oltre i miei limiti.

E ci sei Tu, che sei già oltre.

 

Auguri per una Pasqua Oltremodo.

 

 

Pubblicato da: mattiacivico | 2 marzo 2017

Badheea: il mio intervento a Montecitorio

IMG_0055.JPGBadheea – 1 marzo 2017 ore 15.00

Camera dei Deputati – Sala Aldo Moro

Innanzitutto tanti auguri! Oggi é esattamente un anno dal primo corridoio umanitario, quello che ha portato molti dei presenti dalla tenda di Tel Abbas fino a Trento. Auguri dunque a Badheaa e alla sua Famiglia. Auguri a tutti quelli che hanno camminato e stanno camminando con lei. Auguri a tutti coloro che stanno ancora in questi giorni percorrendo lo stesso corridoio, che Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e tavolo Valdese hanno aperto in accordo con il Governo. Auguri e grazie per ogni sforzo che insieme stiamo facendo.

Ma come si può fare festa ad una storia di migrazione forzata! Non é forse un paradosso?

É una questione di punti di vista.

Molti dei presenti qui hanno vissuto al campo di Tel Abbas nello stesso campo di Badheea. Hanno vissuto insieme. Hanno ritenuto che la vita di Badheea valesse quanto la loro. Come dice Badheea: abbiamo pianto e riso insieme.

Telabbas é uno dei tanti campi profughi del nord del Libano, a 4 chilometri dal confine con la Siria. La prima volta che ci sono stato era giugno del 2015. Mi hanno accolto. Mi hanno dato un materasso su cui dormire e abbiamo mangiato insieme. Mi hanno dato un nome nuovo. Per loro sono AbuRic, Il papà di Riccardo. Mi hanno ricordato chi sono.

Io per parte mia avevo bisogno di sostituire con dei nomi e con dei volti i numeri della migrazione. Le statistiche disumanizzano. Servono, ma i numeri rischiano di mettere distanza. Quante morti sono tollerabili? Dopo quanti morti in mare diremo basta? Dopo quanti torturati in Libia? La domanda é antica ma ancora forse stiamo cercando una risposta.

La condivisione dei corpi civili di pace dell’operazione colomba e il corridoio umanitario sono una risposta nuova a quella antica domanda. Se quei numeri sono persone, se la mia vita vale la loro, se ne conosco i nomi e le storie, se mi hanno dato un nome nuovo, se abbiamo pianto e riso insieme, nessun numero é tollerabile, nessuna morte sopportabile.

Si può e si deve far festa. Perché conosciamo ciò che hanno lasciato e conosciamo ciò che aspettano. Perché questa storia é una storia di un incontro, di persone che hanno intrecciato i loro destini, di persone che su sponde diverse si sono venute incontro.

É la storia, quella di Badheea, di una donna che ha custodito la speranza, che si é messa sulle spalle il destino della propria famiglia. Che é scesa per prima nell’inferno, che riconosce la paura nel cuore dei propri nipoti, che accoglie. Che sogna di tornare i. Siria da dove, come dice lei, anche il vento le urla di tornare.
«Sono Homs, la mia città: Homs la bella, Homs la libera; sono la madre di tutti i figli morti in guerra, la moglie di ogni uomo che non tornerà più a casa»

L’esperienza dei corridoi é da raccontare, mi sono detto, ma per farlo dev’essere Badheea a raccontare. Questioni di punti di vista.

La copertina del libro la ritrae con un bambino sulle spalle. Mi piace pensare che quel bambino sono tutti i bambini del mondo che tante Badheea si mettono sulle spalle. C’é un mare da attraversare, che é anche metaforico. É la nostra umanità che deve attraversare un mare in cui tutti rischiamo di affondare .

Vengono in mente le parole di Alex Langer.

«Perché mi rivolgo a te? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinnanzi a noi».
San Cristoforo: uomo grande e forte prende sulle sue spalle un piccolo bambino e lo aiuta ad attraversare un fiume in piena. Siamo davvero, oggi come allora, di fronte a questo fiume in piena che travolge e inghiotte.

Un giorno, quando rileggeremo il presente con gli occhi della storia, qualcuno, forse i miei figli, mi domanderà cosa ho fatto in questo tempo così segnato? É importante avere una risposta. Sarebbe terribile non avere una risposta.
Molte persone qui una risposta ce l’avranno…. potranno raccontare dei loro piedi che hanno camminato accanto a quelli di BADHEEA.

Ad ognuno di loro il libro é con gratitudine dedicato

Pubblicato da: mattiacivico | 18 febbraio 2017

La lettera al cielo ora é per te

img_9852Ci ha lasciati Gigi Ontanetti. Volontario dei Beati i Costruttori di Pace a Sarajevo, negli anni 90, durante la guerra in ex Jugoslavia. Fece il “permanente”….. abitava con altri volontari nella Sarajevo assediata. Portava la posta, rompendo l’assedio, faceva la fila per il pane e l’acqua, era sul ponte Vrbanja insieme a Moreno. E ne ha riportato la salma a casa. Durante quel tragico viaggio, la sua lettera al cielo. Che qui riporto.

Ora la lettera é per te.  Buon viaggio.

Firenze, 7/10/93
Una lettera al cielo per Moreno.
Devo parlarti con la lingua degli uomini perché mentre tu ora stai viaggiando per le strade dell’Universo, noi siamo ancora qui su questo lembo di Creato chiamato Terra.
Non conosco la lingua del cielo e non so se ne esista una in particolare, nell’ascoltare quindi, abbi un po’ di pazienza.
Da quando, domenica scorsa hai lasciato questo pezzo di Creato, sono accadute più cose e anche le riflessioni sono molto disparate e contrastanti. Però, a parer mio, devono in un qualche modo, aiutare tutti a capire meglio cosa poter fare da oggi in avanti per contribuire a far sì che almeno questa guerra in terra della ex Jugoslavia abbia a finire e si trovi una via diplomatica, pacifica e giusta per le popolazioni che la abitano.
Ti parlo così, mio buon amico e compagno Moreno, con un linguaggio semplice che in fondo in fondo è il mio, è il tuo ed è il linguaggio dei tanti “senza potere e senza diritto” che non hanno strumenti per poter incidere seriamente sulle politiche nazionali e internazionali affinché la giustizia, la libertà, la dignità di ogni singolo e delle popolazioni vengano rispettate. Ti parlo così perché noi non abbiamo niente da nascondere, niente da rimetterci se non noi stessi, le nostre idee, i nostri progetti.
Quella millesima esperienza, milionesimo tentativo di aiutare, in un qualche modo, la gente, i popoli, i governanti a smuoversi, a non stare ad attendere che qualcuno a nome di tanti, continui ad avere il potere di decidere se fare o non fare la guerra, come farla o non farla; questo miliardesimo tentativo nel corso della storia, ha radici lontane. Credo che anche ai tempi delle crociate qualcuno di cui nessuno ha mai parlato, di cui nessuno mai parlerà “ha tentato” e qualcuno accanto magari, altrettanto non potente, altrettanto non conosciuto, si è mosso e ha cominciato a riflettere diversamente.
Oggi come ieri, sappiamo bene che l’economia mondiale è il motivo di fondo per il quale si cercano equilibri e assetti, dichiarando guerre. Guerre combattute dalla gente semplice che oltre a essere sfruttata in tempo di pace, viene trattata come carne da macello, forme bestiali e disumane che escludono volutamente e a priori la capacità del discernimento sminuendo il senso etico, morale e ancor di più, non facendo leva su tutte le facoltà umane che pongono alla base il rispetto reciproco del “diritto” anche in uno scontro. Sapevamo benissimo che quel gesto come le veglie, le lotte anche più forti, certo, le lotte nonviolente, se prese una ad una non hanno il potere contrattuale che hanno i governi e le banche.
Molti chiedono se avevamo valutato il potere contrattuale e il nostro rapporto con i mass media, e, visto che sapevamo, anche il rischio che andavamo a correre. Perché? Perché? Sai, mio buon amico e compagno Moreno… c’è chi ha avuto un atteggiamento di grande rispetto, un silenzio profondo che esprime il massimo della comprensione verso noi e verso di te. Io so perché ero lì. Non solo ti ho ascoltato nelle tue parole, anche, ti ho visto e ho letto nei tuoi occhi la serenità nel muovere quei primi passi sul ponte Vrbanja. Poi ci sono persone che pur senza accorgersene (almeno spero) tendono a colpevolizzare noi che siamo rimasti vivi, dando per scontato che un soldato può uccidere sempre, mettendo sullo stesso piano te e noi con chi ammazza. Ed è su quei perché che vorrei fare un quadro formato dal mondo pacifista almeno qui in Italia. Credo di poter delineare due ambiti che non sono contrastanti tra loro.
Una linea, forse la maggioritaria, è quella che dice che dobbiamo liberarsi dal tabù della guerra, dobbiamo impedire che pochi governanti, pochi banchieri e pochi militari, decidano a nome di intere popolazioni, se fare e come fare le guerre. Dicono, che dobbiamo impedire che i pochi, quelli che hanno in mano l’economia mondiale, creino le situazioni per le quali poi, governanti e generali, anche essi schiavi (anche se non carne da macello) di questo sistema, ci portino poi a vivere nelle contraddizioni delle guerre.
Sempre in quest’area del mondo pacifista si dice che dobbiamo entrare dentro la contraddizione della guerra, non rimanerne fuori. Ecco perché è importante andare in Bosnia Erzegovina e in Sarajevo vivendo la quotidianità della gente con tutto il dramma e le contraddizioni che questo comporta, cercando, nel paese in cui viviamo, in questo caso l’Italia, di muoverci affinché il governo, i parlamentari, gli economisti, i ministri, i capi religiosi facciano sentire la voce se non di tutto il popolo, almeno di quello della pace; trovando anche quei canali politici diretti e indiretti, che comunque escludono in un qualche modo il rapporto diretto con la morte. Si ritiene che il rischio di perdere la vita non ne valga comunque la pena. Non per paura o vigliaccheria, ma perché si ritiene che la vita è sacra e la perdita anche di una di esse non aiuta a risolvere il problema della guerra. L’altra anima del pacifismo, anche questa composita, è formata da non credenti e da credenti, da uomini e donne facenti parte delle varie chiese, da atei o religiosi ma non praticanti, non mancano neanche le persone fortemente politicizzate, insomma, c’è un po’ di tutto anche in questa anima pacifista.
Questi ribadiscono le scelte espresse prima, in più danno fortemente peso a quella che chiamiamo interposizione popolare nonviolenta. Cioè usare noi stessi, il nostro corpo con tutto quello che significa, la nostra mente, i nostri pensieri, la nostra anima, la creatività, la nostra capacità di amare come strumento di lotta.
A differenza di un soldato succube di politiche nazionaliste, che usa un oggetto esterno a sé come un mitra, noi usiamo noi stessi in forza positiva.
La differenza è sostanziale perché questo significa il ricercare strumenti di lotta che hanno l’obiettivo comune, ma che, in questo caso, porta a scegliere l’uso di noi stessi per rispondere in modo concreto, se vogliamo anche drammatico (non mi fa paura questa parola) a questa violenza degli Stati della quale siamo tutti succubi. E tra tutti questi i più indifesi ne fanno le spese.
Nel fare il quadro di ciò che stiamo vivendo emerge il problema che più ci preoccupa che rischia di dividerci, quello che fa stare male tutte le persone sinceramente in ricerca. È la questione del rapporto tra vita e morte e… compagno Moreno, in questa riflessione in quei giorni a Sarajevo ci sei stato di grande aiuto perché hai sempre quasi forzatamente riportato tutti, me compreso, a dover fare i conti con questo rapporto che ognuno di noi ha con la vita e con la morte, quindi con la propria storia, con il proprio spessore culturale, politico, morale, con il nostro essere uomini e donne (di cultura), con l’essere cristiani, cattolici.
Sull’essere cristiani sarebbe veramente simpatico cercare di capire, non vorrei che qualcuno pensi che tu faccia parte di quelli “tutto casa e chiesa” che amano innanzitutto Dio e poi, forse l’uomo. Questo è il nocciolo della questione. Non credo che nella storia mai nessuno ha e potrà dare una risposta assoluta a questo problema, perché dal livello politico, dal livello strategico, inevitabilmente si passa al livello soggettivo che è personale e che poi diventa collettivo quando più singoli si mettono assieme.
Il nostro voler essere parte di questa Chiesa con tutte le fatiche le difficoltà, le incazzature che questo comporta, scegliendo quella parte della Chiesa stessa che sta con la gente che vive ai crocicchi delle strade e nelle piazze, vuole essere come Francesco e i tanti altri non conosciuti che hanno scelto i senza diritto e i senza potere, segno tangibile che il messaggio del Vangelo può essere incarnato nel vivere quotidiano dell’umanità.
Viviamo il peso di stare in questa casa comune fatta anche da cattolici politicanti da strapazzo, da laici, religiosi, preti, vescovi, cardinali che formano l’altra parte della Chiesa, la Chiesa di potere, la Chiesa dei calcoli, la Chiesa che ha – e gli è riconosciuto – il potere contrattuale a livello internazionale. La Chiesa delle banche della speculazione, la Chiesa dei dogmi e dell’unica verità. Con te, Moreno, c’era un sentire comune sul rapporto tra vita e morte, tante volte ci siamo detti e ridetti che ha poco senso, per noi, parlare della vita e della morte in astratto senza avere una dimensione progettuale, senza cercare di capire o peggio ancora senza sapere nemmeno perché siamo in questo mondo, perché accettiamo di vivere in questo mondo fino a quando anche noi dovremo lasciarlo. “COSÌ COME CI SENTIREMMO LIBERI ANCHE SE MESSI IN CARCERE PERCHÉ LOTTIAMO AFFINCHÉ VENGA RISPETTATO IL DIRITTO DEL VIVERE LIBERI DEGLI ALTRI, COSI’ MOLTO SERENAMENTE SENA PRESUNIZONI, METTIAMO A DISPOSIZIONE LA NOSTRA VITA AFFINCHÉ VENGA RISPETTATO IL DIRITTO DI ESISTERE DEGLI ALTRI”.
Sono certo Moreno, che noi ci siamo intesi e spero che gli altri abbiano capito cosa vogliamo dire. Se noi seguiamo i parametri culturali e storici del nostro vivere di oggi, tutto ciò appare veramente irrazionale come è irrazionale il messaggio evangelico.
Ricordi quando sulla strada per arrivare sul ponte Vrbanja commentavamo quel passo della bibbia che dice “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, nei suoi pascoli mi pasce” e le “Beatitudini”? Quanto di irrazionale c’è in questi passaggi… Come quanto è irrazionale la guerra o, meglio, lo è per noi. Quando si entra nel vivere la profondità di ogni essere umano, non si può, non ha senso e non serve a nessuno esprimere dei giudizi, dire è giusto o non è giusto; questo è vero o non è vero.
Chi pensa che noi in questi giorni e anche in futuro piangiamo la tua morte, non ricorda o non sa che noi abbiamo pianto e sempre piangeremo per la morte di tutti, di tutti i morti di tutte le guerre, i civili e i militari, dei morti per fame, i morti in carcere, dei morti nel mondo del lavoro a causa dello sfruttamento e delle catene di montaggio, di tutte quelle morti non per causa naturale.
Questo è un pianto un po’ particolare, non sono lacrime di uomini e di donne rassegnati che si piegano su se stessi, no, sono pezzetti di stelle che scendono dal cielo per illuminare ancor di più la Terra. Sta a noi dare un contenuto a questa luce, sta a noi metterla in ordine, pensare e continuamente realizzare dei progetti, dei tentativi, senza avere la presunzione di cambiare tutto e subito, senza avere la presunzione di capire tutto e subito.
A noi la fatica ma anche la gioia, sì, mio fratello e compagno Moreno, anche la gioia nel vedere che il domani sarà migliore grazie all’impegno e grazie anche al tuo modo di essere testimone. Testimone vuol dire rendere possibile l’idea.
È sapere che questa mia idea, questo progetto di un mondo migliore, più democratico, più giusto, più gioioso dove la gente è più libera anche di fare all’amore, sarà realizzata. Ricordi Sarajevo uno, Mir Sada, o certo, pieni di limiti per certi aspetti da non ripetere, ma… che grandezza di esperienze sono state, altro che fallimento! Ci siamo resi conto in ciccia che se non caschiamo nella logica culturale che ha frantumato le classi sociali povere di tutto il mondo, sfruttando la nostra capacità di amare, la nostra capacità di discernere, la capacità di saper pensare e progettare, credenti e non credenti, anziani e giovani, gente della cultura e gente come noi che, manca poco, non sappiamo né leggere né scrivere, possiamo trovare le radici comuni. Radici comuni che sono l’essenza dell’essere umani, persone “in piedi, rette”, allora lo sforzo comune deve essere proprio quello di rivendicare a ognuno di noi, italiani e non, grandi e piccoli, belli e brutti, questa voglia, questo bisogno vitale di trovare le radici comuni e su queste, creare quell’unione rispettosa della “diversità” degli altri, per progettare lotte concrete fattive, possibili, fatte da noi “i senza potere e i senza diritto”, per imporre a quei pochi criminali che hanno in mano la politica e l’economia mondiale, di cambiare rotta.
Già sto pensando ad una iniziativa da realizzare qui sul territorio italiano. Un’azione nonviolenta davanti o dentro al ministero degli esteri, non di mezz’ora o di mezza giornata, ma a oltranza e portare le richieste che sono state anche le motivazioni che ci hanno portato sul ponte Vrbanja.
Penso a questa iniziativa non per giustificare la tua morte Moreno, ma per dare continuità a quella iniziativa sulla quale sono disposto ad ascoltare con profondità pensieri diversi, ma che comunque deve avere una continuità.
L’iniziativa nella quale tu sei morto fa parte delle migliaia, dei miliardi di iniziative, di tentativi che non possono fermarsi perché un’altra vita è stata volutamente stroncata. Su questo credo che siamo tutti d’accordo tu e tutti gli altri.
Voglio dirti un’ultima cosa, ho preso in prestito la tua giacca a vento, quella blu e rossa. Voglio cucire due fiori di stoffa sopra i fori provocati dalle pallottole che ti hanno ucciso, in segno che la vita continua e che noi tutti non ci fermiamo.

 

 

 

 

Pubblicato da: mattiacivico | 30 dicembre 2016

Le pagelle dei Consiglieri…. 2016

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