Land 2009(foto Matteo Boato – Land 2009)

 

La Provincia Autonoma di Trento si è assunta la responsabilità, grazie ad un apposito protocollo con il Comissariato del Governo, di gestire direttamente le attività connesse all’accoglienza delle persone richiedenti asilo e protezione internazionale.

L’obiettivo di tale protocollo d’intesa è quello di consentire una distribuzione equa ed equilibrata dei profughi sul territorio provinciale cercando di evitare concentrazioni di migranti e proponendo invece l’inserimento di piccoli gruppi nella comunità in modo da favorire livelli soddisfacenti d’integrazione e prevenire elementi di tensione sociale. Fondamentale, per questa scelta organizzativa, è la sinergia tra CINFORMI, il Servizio della Provincia responsabile e referente per i progetti di accoglienza in Trentino, i Comuni, Comunità di Valle, terzo settore e privati cittadini.

I comuni coinvolti che vedono la presenza sul proprio territorio di persone in accoglienza sono 68 su 176 e dei 1.614 richiedenti protezione internazionale attualmente presenti sul suolo provinciale, 985 sono inseriti in piccoli gruppi (appartamenti, e simili).

Positivo in questo quadro è anche il protocollo tra Provincia e Consorzio delle Autonomie Locali finalizzato all’utilizzo delle risorse economiche statali per la cosiddetta “terza accoglienza”

Nonostante questo i tempi di permanenza nelle strutture per la cosiddetta prima accoglienza sono ancora mediamente lunghi. Il Centro di accoglienza di Trento, in via Fersina ad oggi accoglie 281 persone, il Campo di Marco conta 164 presenze ed infine la struttura delle Viote, sul territorio del Comune di Garniga Terme, accoglie 38 migranti.

Il protrarsi oltre 18 mesi dell’attesa del riconoscimento o meno dello status di rifugiato rischia di far nascere l’idea che vivere a carico della collettività sia un diritto e che l’integrazione, imparare la lingua, l’accesso al lavoro non siano poi così cruciali. Il rischio connesso a un protrarsi dell’attesa, e quindi all’indeterminatezza di una prospettiva personale, è quello di scivolare in forme di depressione, anomia, perdita di capacità e motivazione.

In questo senso, nel corso delle ultime settimane sono emersi elementi di criticità rispetto all’accoglienza dei migranti presso il campo di Marco di Rovereto. Il Campo è strutturato in piccoli prefabbricati dentro i quali pernottano 10/12 persone, che sono in attesa che venga perfezionata la domanda di asilo o chiarita la loro posizione giuridica mediante il passaggio attraverso la Commissione territoriale. Nonostante il rispetto degli standard definiti dall’articolo 11 del decreto legislativo n. 142 del 2015 che afferisce al cosiddetto “regime di accoglienza straordinaria” e i molti servizi che al suo interno vengono organizzati e concretizzati a favore dei richiedenti protezione, i tempi di permanenza prolungati degli stessi impongono di migliorare la situazione del campo di Marco. Il Dipartimento competente è al momento al lavoro per individuare la soluzione più opportuna per l’aspetto abitativo, che a quanto risulta sarà portata a realizzazione in tempi brevi.

In questo senso è certamente elemento positivo l’approvazione da parte del Consiglio Provinciale di una mozione che impegna la Giunta ad attivarsi presso il Governo per potenziare e sostenere il lavoro delle Commissioni Territoriali, anche prevedendo l’istituzione di un organismo giudicante competente sul nostro territorio. Ma come detto durante il dibattito in sede di approvazione del documento politico, tale azione è da considerarsi un tassello importante di una strategia più ampia.

* * *

Va ribadito quindi che lo sforzo nel ricercare nuove soluzioni che consentano una redistribuzione ancora più capillare dei richiedenti protezione internazionale, ed una loro integrazione nella realtà trentina, deve essere costante e sostenuto.

Uno sforzo che deve prevedere la fattiva collaborazione tra Provincia, associazioni e organizzazioni del terzo settore, del privato sociale e del volontariato, nonché delle comunità territoriali.

La collaborazione fra questi soggetti è fondamentale per individualizzare i progetti, verificare puntualmente risorse e capacità di chi legittimamente chiede protezione e dunque ha pieno diritto di essere affiancato e sostenuto nell’impegno a comprendere ed integrarsi; e così anche favorire la possibilità di individuare quelle persone che non sono né interessate e né disponibili ad investire nel proprio percorso di integrazione e che con comportamenti devianti danneggiano se stesse e la comunità.

La Provincia, attraverso il Cinformi, ha la responsabilità di organizzare l’accoglienza delle persone che vengono assegnate al nostro territorio, sia nella prima fase per sua natura comprensibilmente emergenziale, sia nelle fasi successive che dovrebbero essere connotate da processi di comunità orientati decisamente all’integrazione lavorativa e sociale e alla accoglienza capillare.

Negli anni quest’impostazione si è affermata e consolidata, consentendo di raggiungere risultati soddisfacenti. Quello che oggi però emerge è la necessità di dare più spazio alle riflessioni riguardo alla sistematizzazione, e alla valutazione d’efficacia, sul medio periodo, dei risultati conseguiti dagli interventi volti a costruire i requisiti necessari, all’instaurarsi di dinamiche di reciproco riconoscimento e quindi d’integrazione.

Tale domanda richiede una fase di approfondimento e studio per comparare il nostro modello ad altri esistenti anche in panorama europeo, valutando le soluzioni più virtuose ed efficaci a partire da quei territori nord europei che hanno storicamente affrontato il tema dell’integrazione di cittadini extracomunitari con le comunità locali.

 

Accanto a questo meriterebbe un particolare approfondimento l’esperienza dei Corridoi Umanitari (che ora coinvolge non più solo l’Italia ma anche la Francia e il Belgio). Quello dei “corridoi” è un modello di accoglienza, non basato sui numeri, ma sulla presa in carico puntuale e personale; su un accompagnamento individuale che ha il suo fondamento nella conoscenza approfondita del migrante (già nella fase di partenza dai territori di origine), con le proprie capacità, aspirazioni, difficoltà e dignità, che potrebbe affiancare sempre di più l’attuale sistema d’accoglienza diffusa realizzando così il cosiddetto “modello adottivo” (cfr. Daniela Pompei – Comunità di Sant’Egidio). La Provincia di Trento già da due anni ha avviato un positiva sperimentazione di accoglienza di richiedenti asilo provenienti dalla Siria e per anni soccorsi nei campi profughi nel nord del Libano; e questo anche sulla base di un oridne del giorno approvato in Consiglio Provinciale di Trento nella seduta di bilancio del dicembre 2015.

Un aspetto importante che caratterizza i Corridoi umanitari è il fatto che le persone ed i gruppi che vengono accolti sono conosciuti precedentemente e vengono presentati alle comunità già nella fase precedente alla concreta accoglienza: le comunità hanno così il tempo di prepararsi, sapendo chi accoglieranno, conoscendo in linea di massima le esigenze e i percorsi personali. E i sistemi di sicurezza nazionale hanno la possibilità di verificare in anticipo le singole posizioni, garantendo sicurezza sia a chi viaggio, sia a chi accoglie.

Questo evidentemente favorisce da un lato la costruzione di reti precedenti all’arrivo e dall’altra consegna anche al migrante l’esperienza di essere atteso e accolto. E questi due elementi sono evidentemente una buona base per una positiva integrazione.

Sulla base di questa positiva sperimentazione, si può affermare che vi è la necessità quindi di approfondire e radicare maggiormente il coinvolgimento delle istituzioni locali, organizzazioni intermedie, realtà del privato sociale, realtà ecclesiali. Ma anche direttamente i cittadini. Come quando erano definite le quote di accesso ai fini lavorativi, si potrebbe rivisitare la figura degli “sponsor” locali, ovvero mappare, sostenere e valorizzare l’azione di cittadini, gruppi, famiglie, soggetti del Privato Sociale, realtà di volontariato sociale o legato alla protezione civile, che si fanno carico non tanto dei costi e dei numeri ma dei percorsi delle singole persone. In un processo di reale incontro e conoscenza: per dignità, per giustizia innanzitutto, ma anche per un più efficace e capillare controllo sociale.

Le esperienze positive registrate in questi anni ribadiscono ancora una volta che non può esservi positiva gestione e integrazione senza il protagonismo dei cittadini e delle strutture intermedie.

A questo proposito parrebbe opportuno avviare una approfondita riflessione sulla possibilità che Cinformi, nato per affiancare i migranti nella regolarizzazione delle posizioni giuridiche e negli ultimi anni evoluta in una sorta di agenzia unica per l’immigrazione, ridefinisca l’ambito del proprio intervento, verificando l’efficacia e la sostenibilità di un compito tanto complesso e gravoso che attualmente va dalla prima accoglienza, all’affiancamento per l’inserimento lavorativo, la consulenza giuridica, il supporto psicologico e sanitario, l’istruzione, il vitto e l’alloggio.  Questo in ogni fase dell’accoglienza, sia quella dell’arrivo, sia quella che accompagna alla definizione della posizione giuridica, sia quella immediatamente successiva. Dalla prima protezione, all’accoglienza e all’integrazione. Con particolare attenzione ai gruppi più fragili: alle madri con i propri bambini.

Infine: non può essere negata la condizione di quelle persone che a fronte di un diniego del dritto di asilo e soprattutto alla luce dell’impossibilità oggettiva, per le più diverse ragioni, di proseguire in un percorso positivo di integrazione lavorativa e sociale. Va valutata, in sinergia con il Commissariato del Governo, la possibilità di attivare progetti di riaccompagnamento verso il proprio Paese di origine, anche mettendo in campo strumenti di cooperazione internazionale.

 

Tanto premesso si impegna la Giunta e l’Assessore Competente

 

  1. a continuare nel lavoro di ricerca e progettazione di interventi che hanno lo scopo di evitare accoglienze prolungate, in condizioni di sovraffollamento o condizioni che mettono a rischio soggetti vulnerabili (minori e vittime di tratta);
  2. a sostenere e proseguire con energia e convinzione un ampio confronto sul territorio provinciale, che coinvolga istituzioni locali, realtà associative e di privato sociale, gruppi organizzati, realtà ecclesiali, cittadini disponibili, comunità diasporiche (valorizzando le esperienze di positiva integrazione che nel tempo si sono affermate), per verificare modalità e condizioni di accoglienza realmente diffusa e capillare;
  3. a proseguire con le realtà di Terzo Settore e di Privato Sociale, in sinergia con Provincia e Cinformi, una approfondita riflessione sul modello di accoglienza e sulle sue possibili evoluzioni,  valutando l’efficacia complessiva degli interventi  messi attualmente in essere e, in questo senso, inserendo nei criteri dei futuri affidamenti dei servizi legati all’accoglienza, elementi di valutazione dell’efficacia dei progetti proposti.
  4. avviare una riflessione sulla mission di Cinformi e sulla sua struttura organizzativa, valutando l’opportunità di accompagnare l’unità operativa nella sua trasformazione da settore informale del Dipartimento salute e solidarietà sociale, in struttura autonoma (meglio se con bilancio autonomo come agenzia), per migliorare dove possibile sia i sistemi di accoglienza di richiedenti asilo, minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e sia l’erogazione dei servizi rivolti alla popolazione migrante al fine di valorizzare processi di sviluppo di comunità;
  5. a valutare la possibilità di sostenere ed incentivare micro imprese di comunità, a forte radicamento territoriale, gruppi informali, piccole realtà organizzate, che possano gestire in maniera responsabile e con protagonismo la sfida di un’accoglienza pacifica e positiva, con un forte investimento nel settore del lavoro e della partecipazione attiva e responsabile alla vita della Comunità;
  6. a verificare la possibilità di attivare “Corridoi Umanitari di ritorno” per riaccompagnare le persone nei propri Paesi di origine, nei casi in cui la permanenza sul nostro territorio risulta oggettivamente priva di prospettive.
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Pubblicato da: mattiacivico | 14 maggio 2018

DEMO 06 – Costruire ponti

La Costituzione dice che ogni mandato politico va svolto con “disciplina ed onore” (articolo 54). Penso che rendere conto del proprio operato e raccontare il senso del proprio impegno sia uno dei modi per provare a rispondere a questo dovere.

Demo 06 l’ho intitolato “Costruire ponti“. Raccoglie quanto fatto e proposto concretamente in questa quindicesima legislatura: le interrogazioni, le mozioni le proposte di legge…..

Non solo un elenco di atti depositati, ma anche il tentativo di esplicitare l’intenzione con cui ho lavorato: sostenere e accompagnare la mia comunità nella felice necessità di “costruire ponti”…. sempre. Tra persone, tra comunità, tra “noi e loro”, tra oggi e domani, tra qui e il mondo.

Questo numero di Demo ospita anche due contributi per me importanti: quello della collega Donata Borgonovo Re, sul tema dei “ponti” tra Città e Valli e quello di Michele Nicoletti,  sul tema dei “ponti” tra il nostro territorio e l’Europa.

Il tutto aperto dalle parole sempre attuali di Alex Langer:

“Sul mio ponte si transita in entrambe
le direzioni, e sono contento di poter
contribuire a far circolare idee e persone”
(Minima personalia – Alex Langer, 1986)

Buona lettura!

demo 06 copertina

Pubblicato da: mattiacivico | 7 marzo 2018

Facciamo primavera?

B68DBE42-B8C9-47B8-8AD3-8ACE199587BFSul voto di domenica.

Forse é stata l’aria nazionale, forse sono risultate incomprensibili alcune candidature, forse siamo stati percepito come eccessivamente conservatori, forse la campagna é stata sottotono, forse il voto di domenica é una critica diretta a Renzi, forse il tema della sicurezza e dei migranti hanno fatto la differenza, forse le fake news, forse la spaccatura della sinistra, forse i voti di Monti….

Le analisi si susseguono, ma nessuna delle ragioni precedenti centra a mio avviso appieno il punto.

La bocciatura di domenica non é solo una critica al “cosa” abbiamo fatto e abbiamo proposto di fare: siamo oltre al merito. Sia chi ha vinto sia chi ha perso non lo ha fatto sulla base delle promesse o della propria esperienza concreta. E questo, attenzione, riguarda anche la Lega e il M5S. Chi li ha votati non pensa che Traini, il cecchino di Macerata, sia un eroe nazionale (e comunque la sua immagine con il tricolore sulle spalle é una ferita) o che si possa davvero uscire dall’Euro.

É come se gli elettori si fossero messi il cuore in pace: in campagna elettorale le balle volano e non contano. Nessuno si scandalizzerà se non avremo il reddito di cittadinanza o se non avremo la Flat Tax. Allora cosa conta? Oggi più che mai conta più del “cosa” il “come”.

Il tema che propone questo voto a mio avviso riguarda soprattutto il “come” si fa politica o “come” si selezionano le candidature. E il “come” sottende sempre il “perché”.

Indubbiamente Lega e M5S sono stati percepiti come più “popolari”, meno elitari e meno distanti. Meno conservatori, meno attaccati a quel potere con cui i cittadini si confrontano e scontrano tutti i giorni.

Il punto di riflessione per noi dovrebbe essere questo. Cosa facciamo del potere che ci é consegnato? Come lo esercitiamo (e dunque “perchè” e “per chi”)? Dove vengono discusse le decisioni che vogliamo prendere? Come vengono selezionate le classi dirigenti? Conta più la fedeltà o la lealtà? Vale a Roma come a Trento.

A me pare che su questo piano, lo dissi inascoltato e avversato già anni fa, la nostra coalizione locale debba dare un segnale più forte ed incisivo. Più al servizio e meno al potere: il potere come strumento e mai come fine. Valorizzare la lealtà e meno la fedeltà. Meno filiere e più comunità.

Per il Pd e per la coalizione la strada da imboccare mi pare dunque ineludibile: aprire porte e finestre, rifondarsi in un processo partecipativo vero e senza filtri e dunque immettere nel presente segni concreti di futuro.

Apriamo da subito una profonda riflessione sul partito, ritornando alle nostre origini, ai valori fondativi. Apriamo lo spazio di una comunità politica con chi ci sta e si riconosce nei valori del centrosinistra autonomista; recuperando quelli che abbiamo perso per strada (coltiviamo il desiderio e l’impegno di riprendere il cammino comune con chi sta alla nostra sinistra), ricostruendo un sano dialogo con le forze autonomiste in una imprescindibile cornice regionale, intensificando il dialogo con le espressioni civiche sul nostro territorio. Chiedendo anche ai nostri attuali alleati di fare lo stesso sforzo di ridefinizione e consolidamento della propria identità e forza.

Non basterà ad ottobre dire quello che abbiamo fatto, che avremmo voluto e vorremo fare: dovremo presentarci con umiltà e con una credibilità che solo un cambiamento concreto già avvenuto potrà darci. Dovremmo dire oggi ai nostri elettori delusi: abbiamo capito, abbiamo sbagliato, cambiamo passo.

É già autunno, l’inverno é alle porte. Facciamo primavera.

Pubblicato da: mattiacivico | 21 febbraio 2018

Proposta di Pace per la Siria

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Depositata oggi una mozione per sostenere la Poposta di Pace per la Siria, redatta dai profughi siriani e promossa da Operazione Colomba. La mozione ha come primo firmatario il consigliere Mattia Civico e ha le firme di supporto di tutto il PD e dei capigruppo di maggioranza. Analoghe mozioni sono in discussione nei Consigli di altre Regioni italiane (Piemonte, Valle d’Aosta….)

Qui di seguito il link alla Mozione:

Mozione “Proposta di Pace per la Siria”

 

Pubblicato da: mattiacivico | 27 dicembre 2017

Anche per noi tempo di pagelle…

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Pubblicato da: mattiacivico | 18 ottobre 2017

Demo 04 – Tempo di recupero

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Pubblicato da: mattiacivico | 18 ottobre 2017

Demo 05 – Avrò cura di te

copertina demo 5

Pubblicato da: mattiacivico | 16 settembre 2017

Spreco alimentare: legge provinciale

IMG_2528.JPGIntervento pubblicato da l’Adige il 15 settembre 2017

 

Le dimensioni dello spreco alimentare sono enormi. La FAO (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) certifica in 1,3 miliardi di tonnellate la quantità di cibo che ogni anno viene scartato; sia nella fase di raccolta e trasformazione delle materie prima, sia nella fase di grande e piccola distribuzione, fino a riguardare anche ciò che accade nelle nostre case. Europa e Italia non sono esenti da questo fenomeno: nel nostro Paese finiscono tra i rifiuti quasi 9 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cibo che basterebbe a sfamare 44 milioni di persone. Il valore economico che finisce in discarica é pari a 37 miliardi di euro. 450 euro per ogni famiglia.
Questi dati pongono in luce evidenti paradossi e contraddizioni. Innazitutto vi é una questione di giustizia sociale: lo spreco da un lato corrisponde alla mancanza di beni di primaria necessità per milioni di persone. Non é più ammissibile che vi sia una parte di mondo in cui tutto abbonda e un’altra (anche geograficamente coincidente) che soffre la fame. Riflettere su questo tema é davvero urgente. Inoltre, su un altro piano, la riflessione va affrontata anche riguardo alla sostenibilità ambientale: gli alimenti scartati sono stati raccolti, trasformati e distribuiti e ogni passaggio di questa filiera ha richiesto lavoro ed energia per essere realizzato. Lo spreco delle risorse naturali e la connessa produzione di Co2 e di inquinamento sono fra le prime cause del cambiamento climatico e dell’incremento di malattie respiratorie.
La redistribuzione delle eccedenze alimentari é dunque un atto di giustizia sociale e un atto di rispetto per l’ambiente, la salute e il lavoro dell’uomo.
Lo scorso anno il Parlamento Italiano ha legiferato per promuovere e sostenere azioni che contrastino la cultura dello spreco e favoriscano il recupero del potenziale scarto. Anche il Consiglio Provinciale ha recentemente approvato un testo che ha unificato tre proposte legislative su iniziativa comune di Chiara Avanzo, Walter Viola e del sottoscritto.
É noto che nel nostro territorio da tempo sono in essere iniziative positive nate nel mondo del volontariato, Banco Alimentare e Trentino Solidale ne sono due virtuose espressioni, per agire concretamente per la redistribuzione delle eccedenze alimentari. E beneficiano di questo prezioso lavoro non solo le mense dei poveri, ma anche singole famiglie che si trovano a fare i conti con difficoltà economiche piu o meno temporanee.
La politica dunque in questa occasione ha avuto la capacità di osservare e sostenere: onestamente non ci siamo inventati nulla di nuovo, ma abbiamo inteso sostenere e promuovere le risposte che la comunità, oggi in collaborazione anche con i servizi sociali di territorio, ha già da tempo saputo auto-organizzare. Un processo a mio avviso virtuoso, perché anche oggi, come in passato, molte risposte alle crisi che ci sono, si trovano nella stessa comunità. E il compito della politica a volte é anche solo quello di saper raccogliere e mettere a sistema, favorendo coordinamento e mettendo a disposizione qualche risorsa per facilitare il compito delle organizzazioni di volontariato.
C’é poi evidentemente il piano della prevenzione della produzione dello spreco lungo le filiere produttive e lo strategico obiettivo di educare ad una alimentazione sana, equilibrata e giustamente dimensionata. Obiettivi questi ultimi tra l’altro contenuti anche nel piano della salute provinciale. Con la norma recentemente approvata dal Consiglio Provinciale di Trento (all’unanimità) abbiamo dunque a disposizione della comunità qualche strumento in più: per incentivare le imprese agricole e di trasformazione e distribuzione alimentare a ridurre la perdita di cibo lungo il processo produttivo, per sostenere le realtà che si fanno carico della raccolta e redistribuzione delle eccedenze e per promuovere con più efefficaci percorsi di educazione alimentare.
Se pensiamo alle macro dimensioni del fenomeno é certamente insufficiente, ma sono convinto sia un importante segnale in controtendenza. E ve n’é davvero urgenza: per giustizia sociale ed ambientale innanzitutto.

Un altro suicidio in carcere. É sempre una sconfitta. Ogni suicidio lo é. Una sconfitta personale ma anche della comunità. Non siamo riusciti ad evitarlo e non siamo stati capaci di dare evidentemente una prospettiva, a ricostruire un senso. I suicidi in carcere non si contrastano solo con maggiore personale. É troppo semplice come risposta. Si evitano i suicidi con più umanità e più dignità. Il sotto organico é un problema ma non é la causa della disperazione che evidentemente c’é. Dobbiamo riflettere profondamente sulla capacità delle nostre istituzioni di favorire un cambiamento in chi é ristretto: il carcere é una nostra istituzione e la popolazione carceraria (detenuti e detenenti) sono una parte della nostra comunità. I detenuti sono persone a cui va data una prospettiva alternativa e il cui corpo é custodito dallo Stato. Assumersi delle responsabilità in questo caso vuol dire stare ancora più accanto. Oltre la custodia, oltre i muri. Per essere più forti della disperazione e del vuoto di senso.

Pubblicato da: mattiacivico | 27 luglio 2017

Stop all’export di armi italiane in Arabia Saudita

STOP ARMI ITALIANEQui di seguito il testo della proposta di voto che oggi (27 luglio 2017) ho depositato in Consiglio Provinciale. E’ un atto del Consiglio che si rivolge al Governo e al Parlamento italiano.

 

Lo Yemen vive in uno stato di guerra civile dal 2011: le proteste anti-governative durante la cosiddetta “primavera araba” hanno spaccato un Paese già instabile. Il conflitto sta vedendo contrapporsi diverse fazioni con continui ribaltamenti di fronte: gli Houthi, gruppo di sciiti zaiditi, insieme al gruppo Islah avevano determinato nel 2012 la caduta di Saleh che governava il Paese dal 1978. Quello stesso gruppo, pare con l’appoggio dell’Iran, è ora alleato con lo stesso Saleh contro le forze governative di Hadi. A destabilizzare tutta l’area anche la presenza di gruppi vicini ad Al Qaeda.

L’Arabia Saudita è uno dei Paesi più preoccupati per la situazione: l’intervento militare a guida saudita nello Yemen, richiesto dal presidente Hadi, come ha rilevato lo stesso Parlamento Europeo, ha visto l’utilizzo di bombe a grappolo bandite a livello internazionale e ha portato a una situazione umanitaria disastrosa che interessa la popolazione in tutto il paese: membri della popolazione civile yemenita, già esposta a condizioni di vita terribili, sono le principali vittime dell’attuale escalation militare.

Gli analisti vedono la situazione con grande pessimismo. Lo Yemen è in procinto di diventare un altro Afghanistan, o peggio un’altra Somalia, terra di nessuno dominata, da fazioni tribali ed estremisti religiosi in cui le potenze straniere si confrontano a distanza. L’ideale terreno di coltura per il terrorismo internazionale.

Stime prudenti delle Nazioni Unite parlano di seimila persone uccise, metà delle quali civili, e di quattro quinti degli yemeniti che necessitano di aiuti dall’esterno. Più della metà di loro hanno scarso accesso al cibo e almeno 320mila bambini di meno di cinque anni sono gravemente malnutriti. Gli sfollati sono oltre 2,4 milioni.

Circa 170mila persone hanno abbandonato lo Yemen finora, dirette soprattutto verso Gibuti, Etiopia, Somalia e Sudan. Le Nazioni Unite prevedono che altre 167mila persone lasceranno il paese entro l’anno. Ma i rifugi di un tempo, come la Giordania, oggi impongono visti e condizioni molto restrittive per entrare.

La guerra ha provocato danni devastanti per 26 milioni di yemeniti, che faticano a sopravvivere in un Paese già di per sé povero e afflitto da una grave carenza d’acqua, dalla corruzione e da una cattiva gestione politica.

UNICEF denuncia che il conflitto nello Yemen ha avuto pesanti ricadute anche sull’accesso dei bambini all’istruzione, che ha smesso di funzionare per quasi 2 milioni di minori, con la chiusura di 3 584 scuole, ossia una su quattro: 860 di tali scuole sono danneggiate oppure sono utilizzate come rifugio per gli sfollati.

Il 26 luglio scorso i vertici di Unicef, Organizzazione Mondiale della Sanità e World Food Program hanno lanciato un drammatico appello sulla situazione nello Yemen: in quel Paese è in corso “la peggiore epidemia di colera del mondo in mezzo alla peggiore crisi umanitaria”

“Solo negli ultimi tre mesi sono stati registrati 400 mila casi sospetti e 1.900 morti. Infrastrutture essenziali per la salute, l’acqua e lo smaltimento dei rifiuti sono paralizzate da due anni di ostilità’ creando le condizioni ideali per il diffondersi della malattia”.

“Il 60 per cento della popolazione non sa da dove verrà il loro prossimo pasto. Oltre due milioni di bambini sono gravemente malnutriti. La malnutrizione li rende più vulnerabili al colera. Un circolo vizioso”.

Stando a quanto riporta l’organizzazione Save the Children, in larga parte del Paese manca la più basilare assistenza sanitaria: gli ospedali sono stati chiusi in 18 su 22 governatorati; in particolare, sono stati chiusi 153 centri sanitari che in precedenza fornivano nutrimento a oltre 450 000 bambini a rischio, insieme a 158 ambulatori che erogavano servizi di assistenza sanitaria di base a quasi mezzo milione di bambini al di sotto dei cinque anni.

Il 25 febbraio 2016 il Parlamento Europeo, a larga maggioranza ha approvato una risoluzione, la numero 2016/2515(RSP), in cui affronta con preoccupazione la crisi umanitaria nello Yemen. Tra le molte considerazioni contenute nella risoluzione ve n’é una che riguarda anche il nostro Paese e che dunque vale la pena di riportare integralmente:

“considerando che alcuni Stati membri dell’UE hanno continuato ad autorizzare il trasferimento di armi e articoli correlati verso l’Arabia Saudita dopo l’inizio della guerra e considerato che tali trasferimenti violano la posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, che esclude esplicitamente il rilascio di licenze relative ad armi da parte degli Stati membri laddove vi sia il rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e per compromettere la pace, la sicurezza e la stabilità regionali”.

Tale considerazione induce il Parlamento europeo a “sollecitare un’iniziativa finalizzata all’imposizione di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008”.

L’invito, come detto, è rivolto anche al nostro Paese che in effetti è produttore ed esportatore di armamenti proprio anche verso l’Arabia Saudita.

L’Italia è fra i primi dieci paesi al mondo per export di armi. Le autorizzazioni rilasciate dal governo nel 2016 valgono 14,6 miliardi di euro, segnando un incremento dell’85% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015 e addirittura del 452% rispetto al 2014.

I paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente, con quasi 9 miliardi euro di euro, ricoprono da soli quasi il 60% delle autorizzazioni: Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Pakistan, Angola, Emirati Arabi Uniti.

Anche se il valore delle esportazioni effettive rimane in linea con quello degli anni precedenti (circa 2,85 miliardi), è evidente che negli anni futuri avremo vedremo gli effetti di queste autorizzazioni.

Nella Relazione annuale che il Governo consegna al parlamento, ai sensi della legge 185 del 1990, si rende evidente che il nostro Paese esporta armi in 82 Paesi: tra questi il nostro cliente migliore è il Kuwait con commesse pari a 7,7 miliardi. Per l’Arabia Saudita sono state emesse autorizzazioni del valore pari a 427,5 milioni.

L’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa interpreta i dati contenuti nella relazione come la «conferma di una tendenza allarmante delle politiche di esportazione di sistemi militari in atto negli ultimi anni: Africa Settentrionale e Medio Oriente sono, infatti, le aeree di maggior tensione del mondo e sono zone governate in gran parte da regimi autoritari e da monarchie assolute irrispettose dei più basilari diritti umani. Fornire armi e sistemi militari a questi regimi, oltre a contribuire ad alimentare le tensioni, rappresenta un tacito consenso alle loro politiche repressive. I risultati di queste politiche sono le migliaia di migranti che con ogni mezzo cercano rifugio sulle nostre coste.»

La situazione dello Yemen svela ciò che la storia ha reso evidente per tutti i conflitti nel mondo: le guerre non risolvono i conflitti, ma producono morte, malattia, povertà e migrazioni. Alimentare con l’esportazione di armi un metodo di “risoluzione delle controversie” basato sulla violenza è oltre che per noi incostituzionale anche miope.

Si potrebbe dire che è sempre andata così; ma oggi più che mai, proprio perché è sempre andata così, non è più sostenibile né onorevole uno sviluppo economico basato sulle disgrazie altrui. E forse questo dovrebbe davvero essere il tempo per una scelta di campo orientata al futuro che profondamente ogni essere umano desidera: un futuro di pace per tutti. Noi compresi.

 

Tanto premesso

 

il Consiglio provinciale chiede al Governo ed al Parlamento

 

  1. di fermare al più presto i rapporti commerciali e nello specifico l’export di armamenti con tutti quei Paesi, soprattutto dell’area Mediorientale e dell’Africa Settentrionale, coinvolti in conflitti come nel caso specifico dell’Arabia Saudita riportato nella premessa del presente atto;
  2. di avviare con urgenza un serio processo di riconversione dell’industria bellica in senso civile, al fine di garantire al nostro Paese uno sviluppo economico svincolato dai conflitti e dalle guerre;
  3. di potenziare e sviluppare ogni iniziativa di cooperazione allo sviluppo che possa prevenire situazioni di conflitto o favorirne la ricomposizione;
  4. di sostenere e diffondere le esperienze nazionali ed internazionali di diplomazia popolare nonviolenta, di risoluzione nonviolenta dei conflitti, di presenza civile nonviolenta in contesti di conflitto, anche mediante la redazione di un report annuale.

 

 

cons. Mattia Civico

cons. Violetta Plotegher

cons.ra Donata Borgonovo Re

Cons.ra Lucia Maestri

cons. Alessio Manica,

 

i seguenti capigruppo:

cons. Gianpiero Passamani, cons. Giuseppe Detomas, cons. Lorenzo Ossana, cons. Marino Simoni, cons. Massimo Fasanelli, cons. Nerio Giovanazzi, cons. Rodolfo Borga, cons. Giacomo Bezzi, cons.ra Manuela Bottamedi

 

 

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