Pubblicato da: mattiacivico | 15 aprile 2017

Pasqua Oltremodo

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É Pasqua:

c’é vita oltre la morte,

c’é riso oltre il pianto,

c’é pace oltre la guerra,

c’é giorno oltre la notte,

c’é nonviolenza oltre la violenza,

c’é luce oltre il buio,

c’é perdono oltre i miei limiti.

E ci sei Tu, che sei già oltre.

 

Auguri per una Pasqua Oltremodo.

 

 

Pubblicato da: mattiacivico | 2 marzo 2017

Badheea: il mio intervento a Montecitorio

IMG_0055.JPGBadheea – 1 marzo 2017 ore 15.00

Camera dei Deputati – Sala Aldo Moro

Innanzitutto tanti auguri! Oggi é esattamente un anno dal primo corridoio umanitario, quello che ha portato molti dei presenti dalla tenda di Tel Abbas fino a Trento. Auguri dunque a Badheaa e alla sua Famiglia. Auguri a tutti quelli che hanno camminato e stanno camminando con lei. Auguri a tutti coloro che stanno ancora in questi giorni percorrendo lo stesso corridoio, che Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e tavolo Valdese hanno aperto in accordo con il Governo. Auguri e grazie per ogni sforzo che insieme stiamo facendo.

Ma come si può fare festa ad una storia di migrazione forzata! Non é forse un paradosso?

É una questione di punti di vista.

Molti dei presenti qui hanno vissuto al campo di Tel Abbas nello stesso campo di Badheea. Hanno vissuto insieme. Hanno ritenuto che la vita di Badheea valesse quanto la loro. Come dice Badheea: abbiamo pianto e riso insieme.

Telabbas é uno dei tanti campi profughi del nord del Libano, a 4 chilometri dal confine con la Siria. La prima volta che ci sono stato era giugno del 2015. Mi hanno accolto. Mi hanno dato un materasso su cui dormire e abbiamo mangiato insieme. Mi hanno dato un nome nuovo. Per loro sono AbuRic, Il papà di Riccardo. Mi hanno ricordato chi sono.

Io per parte mia avevo bisogno di sostituire con dei nomi e con dei volti i numeri della migrazione. Le statistiche disumanizzano. Servono, ma i numeri rischiano di mettere distanza. Quante morti sono tollerabili? Dopo quanti morti in mare diremo basta? Dopo quanti torturati in Libia? La domanda é antica ma ancora forse stiamo cercando una risposta.

La condivisione dei corpi civili di pace dell’operazione colomba e il corridoio umanitario sono una risposta nuova a quella antica domanda. Se quei numeri sono persone, se la mia vita vale la loro, se ne conosco i nomi e le storie, se mi hanno dato un nome nuovo, se abbiamo pianto e riso insieme, nessun numero é tollerabile, nessuna morte sopportabile.

Si può e si deve far festa. Perché conosciamo ciò che hanno lasciato e conosciamo ciò che aspettano. Perché questa storia é una storia di un incontro, di persone che hanno intrecciato i loro destini, di persone che su sponde diverse si sono venute incontro.

É la storia, quella di Badheea, di una donna che ha custodito la speranza, che si é messa sulle spalle il destino della propria famiglia. Che é scesa per prima nell’inferno, che riconosce la paura nel cuore dei propri nipoti, che accoglie. Che sogna di tornare i. Siria da dove, come dice lei, anche il vento le urla di tornare.
«Sono Homs, la mia città: Homs la bella, Homs la libera; sono la madre di tutti i figli morti in guerra, la moglie di ogni uomo che non tornerà più a casa»

L’esperienza dei corridoi é da raccontare, mi sono detto, ma per farlo dev’essere Badheea a raccontare. Questioni di punti di vista.

La copertina del libro la ritrae con un bambino sulle spalle. Mi piace pensare che quel bambino sono tutti i bambini del mondo che tante Badheea si mettono sulle spalle. C’é un mare da attraversare, che é anche metaforico. É la nostra umanità che deve attraversare un mare in cui tutti rischiamo di affondare .

Vengono in mente le parole di Alex Langer.

«Perché mi rivolgo a te? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinnanzi a noi».
San Cristoforo: uomo grande e forte prende sulle sue spalle un piccolo bambino e lo aiuta ad attraversare un fiume in piena. Siamo davvero, oggi come allora, di fronte a questo fiume in piena che travolge e inghiotte.

Un giorno, quando rileggeremo il presente con gli occhi della storia, qualcuno, forse i miei figli, mi domanderà cosa ho fatto in questo tempo così segnato? É importante avere una risposta. Sarebbe terribile non avere una risposta.
Molte persone qui una risposta ce l’avranno…. potranno raccontare dei loro piedi che hanno camminato accanto a quelli di BADHEEA.

Ad ognuno di loro il libro é con gratitudine dedicato

Pubblicato da: mattiacivico | 18 febbraio 2017

La lettera al cielo ora é per te

img_9852Ci ha lasciati Gigi Ontanetti. Volontario dei Beati i Costruttori di Pace a Sarajevo, negli anni 90, durante la guerra in ex Jugoslavia. Fece il “permanente”….. abitava con altri volontari nella Sarajevo assediata. Portava la posta, rompendo l’assedio, faceva la fila per il pane e l’acqua, era sul ponte Vrbanja insieme a Moreno. E ne ha riportato la salma a casa. Durante quel tragico viaggio, la sua lettera al cielo. Che qui riporto.

Ora la lettera é per te.  Buon viaggio.

Firenze, 7/10/93
Una lettera al cielo per Moreno.
Devo parlarti con la lingua degli uomini perché mentre tu ora stai viaggiando per le strade dell’Universo, noi siamo ancora qui su questo lembo di Creato chiamato Terra.
Non conosco la lingua del cielo e non so se ne esista una in particolare, nell’ascoltare quindi, abbi un po’ di pazienza.
Da quando, domenica scorsa hai lasciato questo pezzo di Creato, sono accadute più cose e anche le riflessioni sono molto disparate e contrastanti. Però, a parer mio, devono in un qualche modo, aiutare tutti a capire meglio cosa poter fare da oggi in avanti per contribuire a far sì che almeno questa guerra in terra della ex Jugoslavia abbia a finire e si trovi una via diplomatica, pacifica e giusta per le popolazioni che la abitano.
Ti parlo così, mio buon amico e compagno Moreno, con un linguaggio semplice che in fondo in fondo è il mio, è il tuo ed è il linguaggio dei tanti “senza potere e senza diritto” che non hanno strumenti per poter incidere seriamente sulle politiche nazionali e internazionali affinché la giustizia, la libertà, la dignità di ogni singolo e delle popolazioni vengano rispettate. Ti parlo così perché noi non abbiamo niente da nascondere, niente da rimetterci se non noi stessi, le nostre idee, i nostri progetti.
Quella millesima esperienza, milionesimo tentativo di aiutare, in un qualche modo, la gente, i popoli, i governanti a smuoversi, a non stare ad attendere che qualcuno a nome di tanti, continui ad avere il potere di decidere se fare o non fare la guerra, come farla o non farla; questo miliardesimo tentativo nel corso della storia, ha radici lontane. Credo che anche ai tempi delle crociate qualcuno di cui nessuno ha mai parlato, di cui nessuno mai parlerà “ha tentato” e qualcuno accanto magari, altrettanto non potente, altrettanto non conosciuto, si è mosso e ha cominciato a riflettere diversamente.
Oggi come ieri, sappiamo bene che l’economia mondiale è il motivo di fondo per il quale si cercano equilibri e assetti, dichiarando guerre. Guerre combattute dalla gente semplice che oltre a essere sfruttata in tempo di pace, viene trattata come carne da macello, forme bestiali e disumane che escludono volutamente e a priori la capacità del discernimento sminuendo il senso etico, morale e ancor di più, non facendo leva su tutte le facoltà umane che pongono alla base il rispetto reciproco del “diritto” anche in uno scontro. Sapevamo benissimo che quel gesto come le veglie, le lotte anche più forti, certo, le lotte nonviolente, se prese una ad una non hanno il potere contrattuale che hanno i governi e le banche.
Molti chiedono se avevamo valutato il potere contrattuale e il nostro rapporto con i mass media, e, visto che sapevamo, anche il rischio che andavamo a correre. Perché? Perché? Sai, mio buon amico e compagno Moreno… c’è chi ha avuto un atteggiamento di grande rispetto, un silenzio profondo che esprime il massimo della comprensione verso noi e verso di te. Io so perché ero lì. Non solo ti ho ascoltato nelle tue parole, anche, ti ho visto e ho letto nei tuoi occhi la serenità nel muovere quei primi passi sul ponte Vrbanja. Poi ci sono persone che pur senza accorgersene (almeno spero) tendono a colpevolizzare noi che siamo rimasti vivi, dando per scontato che un soldato può uccidere sempre, mettendo sullo stesso piano te e noi con chi ammazza. Ed è su quei perché che vorrei fare un quadro formato dal mondo pacifista almeno qui in Italia. Credo di poter delineare due ambiti che non sono contrastanti tra loro.
Una linea, forse la maggioritaria, è quella che dice che dobbiamo liberarsi dal tabù della guerra, dobbiamo impedire che pochi governanti, pochi banchieri e pochi militari, decidano a nome di intere popolazioni, se fare e come fare le guerre. Dicono, che dobbiamo impedire che i pochi, quelli che hanno in mano l’economia mondiale, creino le situazioni per le quali poi, governanti e generali, anche essi schiavi (anche se non carne da macello) di questo sistema, ci portino poi a vivere nelle contraddizioni delle guerre.
Sempre in quest’area del mondo pacifista si dice che dobbiamo entrare dentro la contraddizione della guerra, non rimanerne fuori. Ecco perché è importante andare in Bosnia Erzegovina e in Sarajevo vivendo la quotidianità della gente con tutto il dramma e le contraddizioni che questo comporta, cercando, nel paese in cui viviamo, in questo caso l’Italia, di muoverci affinché il governo, i parlamentari, gli economisti, i ministri, i capi religiosi facciano sentire la voce se non di tutto il popolo, almeno di quello della pace; trovando anche quei canali politici diretti e indiretti, che comunque escludono in un qualche modo il rapporto diretto con la morte. Si ritiene che il rischio di perdere la vita non ne valga comunque la pena. Non per paura o vigliaccheria, ma perché si ritiene che la vita è sacra e la perdita anche di una di esse non aiuta a risolvere il problema della guerra. L’altra anima del pacifismo, anche questa composita, è formata da non credenti e da credenti, da uomini e donne facenti parte delle varie chiese, da atei o religiosi ma non praticanti, non mancano neanche le persone fortemente politicizzate, insomma, c’è un po’ di tutto anche in questa anima pacifista.
Questi ribadiscono le scelte espresse prima, in più danno fortemente peso a quella che chiamiamo interposizione popolare nonviolenta. Cioè usare noi stessi, il nostro corpo con tutto quello che significa, la nostra mente, i nostri pensieri, la nostra anima, la creatività, la nostra capacità di amare come strumento di lotta.
A differenza di un soldato succube di politiche nazionaliste, che usa un oggetto esterno a sé come un mitra, noi usiamo noi stessi in forza positiva.
La differenza è sostanziale perché questo significa il ricercare strumenti di lotta che hanno l’obiettivo comune, ma che, in questo caso, porta a scegliere l’uso di noi stessi per rispondere in modo concreto, se vogliamo anche drammatico (non mi fa paura questa parola) a questa violenza degli Stati della quale siamo tutti succubi. E tra tutti questi i più indifesi ne fanno le spese.
Nel fare il quadro di ciò che stiamo vivendo emerge il problema che più ci preoccupa che rischia di dividerci, quello che fa stare male tutte le persone sinceramente in ricerca. È la questione del rapporto tra vita e morte e… compagno Moreno, in questa riflessione in quei giorni a Sarajevo ci sei stato di grande aiuto perché hai sempre quasi forzatamente riportato tutti, me compreso, a dover fare i conti con questo rapporto che ognuno di noi ha con la vita e con la morte, quindi con la propria storia, con il proprio spessore culturale, politico, morale, con il nostro essere uomini e donne (di cultura), con l’essere cristiani, cattolici.
Sull’essere cristiani sarebbe veramente simpatico cercare di capire, non vorrei che qualcuno pensi che tu faccia parte di quelli “tutto casa e chiesa” che amano innanzitutto Dio e poi, forse l’uomo. Questo è il nocciolo della questione. Non credo che nella storia mai nessuno ha e potrà dare una risposta assoluta a questo problema, perché dal livello politico, dal livello strategico, inevitabilmente si passa al livello soggettivo che è personale e che poi diventa collettivo quando più singoli si mettono assieme.
Il nostro voler essere parte di questa Chiesa con tutte le fatiche le difficoltà, le incazzature che questo comporta, scegliendo quella parte della Chiesa stessa che sta con la gente che vive ai crocicchi delle strade e nelle piazze, vuole essere come Francesco e i tanti altri non conosciuti che hanno scelto i senza diritto e i senza potere, segno tangibile che il messaggio del Vangelo può essere incarnato nel vivere quotidiano dell’umanità.
Viviamo il peso di stare in questa casa comune fatta anche da cattolici politicanti da strapazzo, da laici, religiosi, preti, vescovi, cardinali che formano l’altra parte della Chiesa, la Chiesa di potere, la Chiesa dei calcoli, la Chiesa che ha – e gli è riconosciuto – il potere contrattuale a livello internazionale. La Chiesa delle banche della speculazione, la Chiesa dei dogmi e dell’unica verità. Con te, Moreno, c’era un sentire comune sul rapporto tra vita e morte, tante volte ci siamo detti e ridetti che ha poco senso, per noi, parlare della vita e della morte in astratto senza avere una dimensione progettuale, senza cercare di capire o peggio ancora senza sapere nemmeno perché siamo in questo mondo, perché accettiamo di vivere in questo mondo fino a quando anche noi dovremo lasciarlo. “COSÌ COME CI SENTIREMMO LIBERI ANCHE SE MESSI IN CARCERE PERCHÉ LOTTIAMO AFFINCHÉ VENGA RISPETTATO IL DIRITTO DEL VIVERE LIBERI DEGLI ALTRI, COSI’ MOLTO SERENAMENTE SENA PRESUNIZONI, METTIAMO A DISPOSIZIONE LA NOSTRA VITA AFFINCHÉ VENGA RISPETTATO IL DIRITTO DI ESISTERE DEGLI ALTRI”.
Sono certo Moreno, che noi ci siamo intesi e spero che gli altri abbiano capito cosa vogliamo dire. Se noi seguiamo i parametri culturali e storici del nostro vivere di oggi, tutto ciò appare veramente irrazionale come è irrazionale il messaggio evangelico.
Ricordi quando sulla strada per arrivare sul ponte Vrbanja commentavamo quel passo della bibbia che dice “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, nei suoi pascoli mi pasce” e le “Beatitudini”? Quanto di irrazionale c’è in questi passaggi… Come quanto è irrazionale la guerra o, meglio, lo è per noi. Quando si entra nel vivere la profondità di ogni essere umano, non si può, non ha senso e non serve a nessuno esprimere dei giudizi, dire è giusto o non è giusto; questo è vero o non è vero.
Chi pensa che noi in questi giorni e anche in futuro piangiamo la tua morte, non ricorda o non sa che noi abbiamo pianto e sempre piangeremo per la morte di tutti, di tutti i morti di tutte le guerre, i civili e i militari, dei morti per fame, i morti in carcere, dei morti nel mondo del lavoro a causa dello sfruttamento e delle catene di montaggio, di tutte quelle morti non per causa naturale.
Questo è un pianto un po’ particolare, non sono lacrime di uomini e di donne rassegnati che si piegano su se stessi, no, sono pezzetti di stelle che scendono dal cielo per illuminare ancor di più la Terra. Sta a noi dare un contenuto a questa luce, sta a noi metterla in ordine, pensare e continuamente realizzare dei progetti, dei tentativi, senza avere la presunzione di cambiare tutto e subito, senza avere la presunzione di capire tutto e subito.
A noi la fatica ma anche la gioia, sì, mio fratello e compagno Moreno, anche la gioia nel vedere che il domani sarà migliore grazie all’impegno e grazie anche al tuo modo di essere testimone. Testimone vuol dire rendere possibile l’idea.
È sapere che questa mia idea, questo progetto di un mondo migliore, più democratico, più giusto, più gioioso dove la gente è più libera anche di fare all’amore, sarà realizzata. Ricordi Sarajevo uno, Mir Sada, o certo, pieni di limiti per certi aspetti da non ripetere, ma… che grandezza di esperienze sono state, altro che fallimento! Ci siamo resi conto in ciccia che se non caschiamo nella logica culturale che ha frantumato le classi sociali povere di tutto il mondo, sfruttando la nostra capacità di amare, la nostra capacità di discernere, la capacità di saper pensare e progettare, credenti e non credenti, anziani e giovani, gente della cultura e gente come noi che, manca poco, non sappiamo né leggere né scrivere, possiamo trovare le radici comuni. Radici comuni che sono l’essenza dell’essere umani, persone “in piedi, rette”, allora lo sforzo comune deve essere proprio quello di rivendicare a ognuno di noi, italiani e non, grandi e piccoli, belli e brutti, questa voglia, questo bisogno vitale di trovare le radici comuni e su queste, creare quell’unione rispettosa della “diversità” degli altri, per progettare lotte concrete fattive, possibili, fatte da noi “i senza potere e i senza diritto”, per imporre a quei pochi criminali che hanno in mano la politica e l’economia mondiale, di cambiare rotta.
Già sto pensando ad una iniziativa da realizzare qui sul territorio italiano. Un’azione nonviolenta davanti o dentro al ministero degli esteri, non di mezz’ora o di mezza giornata, ma a oltranza e portare le richieste che sono state anche le motivazioni che ci hanno portato sul ponte Vrbanja.
Penso a questa iniziativa non per giustificare la tua morte Moreno, ma per dare continuità a quella iniziativa sulla quale sono disposto ad ascoltare con profondità pensieri diversi, ma che comunque deve avere una continuità.
L’iniziativa nella quale tu sei morto fa parte delle migliaia, dei miliardi di iniziative, di tentativi che non possono fermarsi perché un’altra vita è stata volutamente stroncata. Su questo credo che siamo tutti d’accordo tu e tutti gli altri.
Voglio dirti un’ultima cosa, ho preso in prestito la tua giacca a vento, quella blu e rossa. Voglio cucire due fiori di stoffa sopra i fori provocati dalle pallottole che ti hanno ucciso, in segno che la vita continua e che noi tutti non ci fermiamo.

 

 

 

 

Pubblicato da: mattiacivico | 30 dicembre 2016

Le pagelle dei Consiglieri…. 2016

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Pubblicato da: mattiacivico | 22 dicembre 2016

Auguri polverosi

mariaIl mio presepe ha le statuine di legno belle e lucide. Ogni anno le tolgo dalla scatola, con un panno le pulisco dalla polvere e le ripongo, ferme ed immobili, nella stessa posizione dell’anno precedente. Mi piace l’ordine e il rispetto della tradizione.

C’è il pastore con l’agnello sulle spalle, il ragazzo che suona il flauto, la donna che prende l’acqua al pozzo. C’è la sacra famiglia con l’asino e il bue. Ci sono tutti. A ricordare un tempo che si ripete. Nel mio presepe sempre uguale.

Certo che all’epoca dei fatti ci dev’essere stato invece un bel po’ di movimento. Non certo l’immobilismo lucido del mio presepe..

Cammina Maria per prima: l’Angelo Gabriele le fa visita, le annuncia che aspetterà un bambino e lei nel dire il suo fiducioso “eccomi”, invece che mettersi a riposo, si mette a camminare. Percorre 120 km da Nazareth fino alla casa di sua cugina Elisabetta ad Ein Karem. Andata e ritorno. Dice “eccomi” e si mette in cammino per andare ad aiutare Elisabetta.  

Cammina Giuseppe che parte con lei e l’asino da Nazareth in Galilea, fino a Betlemme in Giudea, per andare a censire la propria famiglia. 160 chilometri.

Camminano i Magi partiti dall’Oriente, c’è chi dice dalla Persia, seguendo la coda di una stella fino a Betlemme. Migliaia di chilometri. Sanno che deve nascere il Salvatore e si mettono in cammino.

Camminano i pastori, attirati da un vagito proveniente da una stalla. Lasciano il pascolo e si avvicinano a quel mistero, seguiti dalle loro pecore.

Tutti si mettono in cammino.

Chissà che polverone avranno sollevato tutte queste persone in cammino.

Anche quest’anno ho fatto il presepe, ma non ho tolto la polvere dalle statuine. A ricordarmi che il Natale è una storia di gente che cammina, per andare incontro alla cosa più umile e fragile che c’è. Un bambino nato in una stalla. La buona notizia si ripete. Che il Natale ci trovi in cammino insieme alla gente che cammina. Buon natale polveroso!

Pubblicato da: mattiacivico | 16 dicembre 2016

Garante dei detenuti: basta alla politica dello struzzo!

le maniOggi il giornale l’Adige riporta brevi stralci della lunga ed approfondita relazione del Garante dei detenuti nazionale. dott. Mauro Palma, redatta a seguito delle due visite ispettive a Trento svolte ad inizio estate (qui il testo completo scaricabile dal sito del garante nazionale).

Come presidente della Prima Commissione legislativa avevo invitato la prima volta il dottor Palma a Trento nel maggio di quest’anno, affinché si esprimesse sulla necessità o meno di istituire la figura del garante dei detenuti anche nella nostra provincia.

La rappresentazione che emerge dalla sua relazione è agghiacciante.

Il garante nazionale, nella parte dedicata al carcere di Trento (da pagina 52 a pagina 66 del suo documento)  riporta di aver raccolto le dichiarazioni di detenuti secondo le quali avrebbero subito percosse. Individua, su segnalazioni diverse e convergenti, la cella dove sarebbero avvenute queste percosse. Riporta di tracce di colore scuro sul muro dicendo che il personale presente lo avrebbe riferito a atti di autolesionismo (e se così fosse sarebbe comunque un dato impressionante e a fronte del quale ci dovrebbero essere i relativi riscontri). Riporta la presenza di ratti a segnalare una situazione igienica piuttosto precaria. Riporta di un clima interno che vedrebbe nell’empatia e nella promozione delle risorse dei detenuti più un problema che una risorsa. Riporta infine una preoccupante distanza nei dati tra personale necessario e personale effettivamente in organico (da 214 ad effettivi 116, di cui solo 92 per coprire i turni… più di cento operatori in meno!!!)

Vi è l’urgenza di fare massima chiarezza su quanto denunciato.

Perché sarebbe inaccettabile per una struttura, una istituzione, che ha come compito primario la rieducazione e il recupero alla piena dignità  e legalità dei detenuti, tollerare tali sistemi e trattamenti. Lo chiedo per i detenuti ma anche per gli operatori che quotidianamente varcano i cancelli positivamente motivati.

Spetta ad altri poteri l’accertamento della verità circa queste denunce ed altri hanno certamente il compito di dare seguito alle molte raccomandazioni contenute nel rapporto.

Ma le responsabilità non sono solo sempre di altri. Anche la Provincia e il Consiglio Provinciale ha le proprie. Se se le vuole assumere.

La nostra provincia ha investito ingenti risorse per garantire  spazi vivibili e dignitosi per detenuti e operatori della giustizia. Il nuovo carcere è costato più di 120 milioni di euro. Non può essere quel contenitore il luogo della negazione della dignità e dei fondamentali diritti. La questione non è di competenza esclusiva dello Stato. Ci riguarda come istituzioni e come cittadini. Dobbiamo investire maggiormente in progetti riabilitativi. Dobbiamo costruire maggiore alleanza tra carcere e territorio. Dobbiamo dotarci di strumenti di garanzia affinché non possano mai esservi dubbi come quelli sollevati dal garante nazionale.

Abbiamo il dovere di accompagnare quotidianamente la comunità carceraria nella costruzione fedele di prospettive di umanizzazione. Dobbiamo assumerci la responsabilità di superare la logica dell’Istituzione Totale, dove chi è fuori non è a conoscenza e dunque non è responsabile di ciò che accade dentro. Questo presupposto è sempre anticipatore di dinamiche violente e di oppressione. Dobbiamo partire dalla convinzione profonda che ogni persona, anche quella che ha sbagliato (o che è in  attesa di accertamenti), conserva intatto il diritto ad essere trattato con dignità e umanità. Fuori da questo schema non vi è recupero ma recidiva. E dunque, dico sommessamente tra l’altro, conviene proprio a tutta la comunità investire nell’umanità di queste persone.

La politica ha spero a brevissimo un appuntamento rispetto al quale può chiarire la propria posizione. Guardare in faccia i problemi, affrontarli insieme quotidianamente con ulteriori strumenti di garanzia e di accompagnamento mettendo chi lavora in carcere di lavorarci nelle condizioni ottimali, o nascondere la testa sotto la sabbia, alzare le spalle e aspettare che altri risolvano le criticità.

Forse dopo otto anni di dibattito e di veti incrociati, di atteggiamenti pilateschi, sulla figura del garante è venuto il tempo di prendere chiara posizione.

Pubblicato da: mattiacivico | 22 novembre 2016

Stralcio dei garanti: sui diritti non si taglia

dirittiIL PRESIDENTE DORIGATTI HA STRALCIATO L’ARTICOLO CHE PREVEDE L’ISTITUZIONE DELLA FIGURA DEL GARANTE DEI DETENUTI E DEL GARANTE DEI MINORI

Apprendo che il Presidente del Consiglio Proviunciale di Trento ha deciso di dichiarare l’inammissibilità dell’articolo che prevedeva l’istituzione della figura del garante dei detenuti e dei minori.

Questa è una facoltà e una responsabilità che spetta tutta al Presidente del Consiglio e non intendo mettere in discussione tale decisione per sua natura “insindacabile”: per rispetto delle istituzioni e nello specifico del Consiglio. Della maggioranza a cui appartengo e della minoranza.

Non posso però astenermi dal dire, col rispetto dovuto, cosa penso a riguardo.

Innanzitutto voglio dare atto alla Giunta e al presidente Rossi di aver accolto il tema e l’opportunità di previsione di tali figure nell’ambito di un atto politico che certamente è quello che maggiormente connota la stessa identità di un governo e di una coalizione. Che è fatta non solo dall’allocazione delle risorse di cui disponiamo, ma anche dagli ideali che ci muovono.

L’inserimento nella legge di stabilità costituisce pertanto dichiarazione politicamente forte e vincolante sul fatto che si intende dare massimo sostegno all’istituzioni di tali figure di garanzia, in coerenza con l’impegno a coniugare concretamente sviluppo, buona amministrazione, innovazione con lo sforzo all’ inclusione, attenzione ai più fragili e pieno riconoscimento dei diritti fondamentali.

Ciò per me non è per nulla secondario, ma costituisce esattamente il motivo per cui mi riconosco nel centrosinistra-autonomista.

Mi pare però che, se tali norme che riguardano i diritti fondamentali non possono essere incluse, come il presidente Dorigatti ha evidenziato con lo stralcio, nella norma di stabilità, allora lo stesso presidente del Consiglio, l’ufficio di presidenza del Consiglio Provinciale, la conferenza dei Capigruppo dovrebbero farsi carico di garantire piena agibilità d’aula nella discussione di tali tematiche. Il rispetto rigoroso delle regole d’aula non può essere il bavaglio alle idee di nessuno.

Passa altrimenti il principio che il Consiglio legifera e orienta l’azione della giunta solo su questioni su cui c’é “larga intesa” e sulle quali c’è dunque ampia e trasversale convergenza. Ma allora, mi si permetta, sarebbe lecito chiedersi, a livello consiliare, se esiste o meno una maggioranza. Non si può assistere passivamente e con rassegnazione al fatto che la minoranza ha un evidente diritto di veto su temi non graditi: è già stato così ed è tutt’ora così.

Da otto anni il tema degli organismi di garanzia per minori e detenuti è all’attenzione del Consiglio. Da quando il dibattito a livello nazionale era appena accennato. Dopo otto anni siamo al punto che tali figure sono previste nella maggioranza delle regioni italiane, esistono dei riferimenti nazionali, ma la nostra Provincia non sarà in quella sede rappresentata. E’ cpsì diventiamo periferia. Abbiamo ben speso 120 milioni di euro per costruire un carcere moderno, ma facciamo fatica a prevedere strumenti di garanzia universalmente riconosciuti come utili. Attenti alla scatole e forse meno ai suoi contenuti?

Accolgo con disciplina le decisioni del Presidente, mi aspetto però che vi sia la stessa tempestiva solerzia e quindi efficacia nel garantire un clima d’aula che consenta la serena discussione e infine la votazione di tutti gli atti, anche quelli che afferiscono alla sfera dei diritti civili. Non è stato così con il ddl omofobia, mi auguro che così invece possa essere con minori e detenuti. Credo che compito di chi governa l’aula consiliare sia anche questo e non solo la puntuale e asettica applicazione di un regolamento.

Nel confermare speranza e ottimismo,

Cordialmente

Mattia Civico

Pubblicato da: mattiacivico | 2 novembre 2016

L’accoglienza della gente di montagna

ex-voto-casa-brucia(pubblicato su Il Trentino, 2 novembre 2016)

Quanto accaduto recentemente a Soraga, il tentativo di dare alle fiamme una casa destinata all’accoglienza dei richiedenti asilo, non è stato solo un atto violento contro trenta migranti, ma un attentato ai valori della nostra comunità.

Se c’è una cosa di cui possiamo andare fieri e che rende davvero speciale il nostro territorio, è quella che potremmo chiamare in estrema sintesi la “cultura di montagna”. Quella che vede la fatica come presupposto di ogni successo, che trova nella coesione la forza di una comunità, che suggerisce di badare alle cose importanti, che impone rispetto per la natura perché con essa ci convive profondamente. E, sopra ogni cosa, quella che, in caso di bisogno, ci fa correre a dare una mano.

Se la nostra protezione civile è presente ad Amatrice, se è riconosciuta in tutto il Paese come una eccellenza, se ne possiamo dunque essere fieri, non è un caso. La nostra storia racconta di una comunità che, quando la casa di qualcuno brucia, si attiva per spegnere il fuoco e proteggere le vittime. E’ sempre stato così, soprattutto nei paesi di montagna. L’attenzione a chi ci vive vicino, la capacità di sostenere chi è più fragile, accorgerci delle fatiche che ci affiancano, proteggere il più debole –in una parola potremmo ben dire “cooperare”- ha di fatto garantito non solo la sopravvivenza ma anche il benessere dei nostri territori di montagna.

I fatti di Soraga ci devono preoccupare dunque non solo per la violenza “mafiosa” ed intimidatoria che è stata messa in campo, ma soprattutto per il rischio che sia minato alla base uno dei capisaldi della nostra comunità: la capacità di mettere in protezione e dunque in salvo chi fugge dalla casa in fiamme. Non è in gioco la sopravvivenza di quei trenta migranti (loro il peggio lo hanno già passato, sono già dei sopravvissuti!), ma la nostra stessa umanità, la nostra identità, la nostra fierezza di persone che amano il proprio territorio e la propria comunità.

In tema di migranti spesso si parla di accoglienza e di integrazione. E penso sia giusto e nobile puntare a questi obiettivi. Credo però che prima di accoglienza e integrazione sia oggi necessario ed urgente attivare il sentimento della protezione. Chi è in pericolo, ancor prima che accolto ed integrato, va protetto.  Non può essere lasciato davanti all’uscio chi cerca salvezza. E non importa se la sua fuga è originata dalla guerra o dalla fame. A pari condizioni ognuno di noi si metterebbe in marcia!

Dunque il punto oggi è questo. La casa del nostro vicino brucia. Ci chiede protezione. Sappiamo bene che è nostro dovere, verso noi stessi innanzitutto, aprire la porta. Sappiamo bene che chiuderci in un recinto sempre più fortificato ci renderà aridi e più soli. Sappiamo bene, tra l’altro, che se non apriamo la nostra porta, rischierà di bruciare anche il nostro fienile.

E’ urgente che la nostra comunità dia in questo senso segnali chiari ed inequivocabili. Che ogni comune del nostro territorio faccia la propria parte. Che ognuno di noi faccia la propria parte. E chi pensa di dividere con l’odio, fomentando violenza e diffidenza, chi strumentalizza per ragioni di consenso, chi invita a chiudere le porte, sia, nel senso evocato da don Milani, il nostro straniero. Perché noi non ragioniamo così: noi siamo gente di montagna.

Pubblicato da: mattiacivico | 15 settembre 2016

se non é solidale non é economia

imageL’economia solidale é ormai un settore e una sensibilità importante e portante del nostro sistema economico. Sono in evidente crescita e diffusione le attività economiche che mettono al centro la mobilità sostenibile ed il turismo responsabile, il commercio equo e solidale, il consumo critico, la finanza etica, la filiera corta e la produzione biologica, l’edilizia sostenibile, il software libero, il riuso, il riciclo e lo scambio locale, il welfare di comunità.

Sono passati sei anni da quando con il collega Giorgio Lunelli abbiamo promosso il disegno di legge che, approvato dal consiglio provinciale, ha dato spazio e cornice a questo ambito. E sono stati anni in cui in molti hanno messo energia e creatività affinché la norma non rimanesse solo sulla carta.

Sono cambiate molte cose, soprattutto dal punto di vista culturale e ne abbiamo avuto conferma anche nelle parole del presidente della BCE Mario Draghi pronunciate a Trento in occasione della consegna del premio De Gasperi. L’economia insieme alla politica ha il dovere di promuovere equità. Non vi é coesione sociale e non vi é integrazione se permangono condizioni di povertà e disuguaglianza tra cittadini. Sono considerazioni che sei anni fa non abbiamo sentito in maniera così chiara e ampiamente condivisa.

Se questo é l’orizzonte imminente verso il quale dobbiamo sempre più convintamente procedere, é evidente che l’economia solidale assume un ruolo centrale, culturale e politico perché mette al centro le relazioni e il capitale sociale. La crescita dunque non del singolo, ma della collettività. É una economia che racconta una visione di comunità, che si interroga sulla qualità del prodotto e sul suo prezzo, ma anche e prioritariamente della ricaduta che l’attività economica ha sulla collettività in generale. E parallelamente, nel momento dell’acquisto, sta crescendo sempre più l’importanza che viene attribuita alle variabili sociali, ambientali, culturali

L’economia solidale è per prima cosa un movimento culturale, che favorisce la consapevolezza del cittadino che acquistando un prodotto rispetto ad un altro fa una scelta di valenza collettiva: esprime -per dirla con le parole del professor Becchetti- un “voto nel portafoglio”.

La norma provinciale aveva ed ha però una ambizione più ampia. Non tanto quella di sostenere una nicchia di mercato o di aiutare pochi e utopici operatori economici, ma di porre all’attenzione di tutta l’economia il fatto che condivide con la politica una grande responsabilità: quella di promuovere eguaglianza e benessere (ampiamente inteso) tra i cittadini.

In un suggestivo libro intitolato “La democrazia a rischio di usura”, Jean Francoise Mahlerbe, docente di filosofia Morale presso l’Université Laval (Quebec) e professore straordinario l’Università degli Studi di Trento, ci ricordava cosa è in fondo l’economia.

“Il greco antico ci indica ciò che le nostre abitudini mentali celano, abitudini che troppo spesso sostituiscono in noi il pensiero. Oîkos è la casa, la dimora, il luogo in cui ci si sente a casa propria»; nómos può indicare la ripartizione, l’equità (e, come significato derivativo, la «legge» che regola le ripartizioni eque). L’economia è, quindi, in senso etimologico, «l’equità, la corretta ripartizione dentro la dimora» o ancora «gli usi e i costumi che è necessario rispettare per vivere insieme armonicamente dentro la casa»

Riconoscere e sostenere i principi dell’economia solidale, sostenere le realtà che si fanno promotrici della diffusione di pratiche a vantaggio sociale ed ambientale, significa riconoscere all’economia tutta il compito di prendersi cura della casa, nostra e di tutti, cioè della comunità.

A ben vedere dovremmo dire semplicemente che se non é solidale non è economia. Facciamo che sia ogni giorno sempre più così.

Buona giornata dell’economia solidale.

Pubblicato da: mattiacivico | 22 luglio 2016

Dentisti privati? Nessun passo indietro sulla legge 22!

matteo boatoLa stampa riporta ormai da giorni l’intenzione (sbandierata dai vertici Cao) da parte dell’assessore Zeni di affidare la prevenzione e la promozione della salute orale agli studi dentistici privati. Sorvolo sul fatto che trovo scorretto o se non altro una caduta di stile che le intenzioni dell’assessore siano annunciate da terzi.
La mia posizione in merito é ben nota all’assessore e al mio gruppo consiliare da tempo: affidare la prevenzione e la promozione della salute orale ai privati non si può fare per alcune semplici ragioni che provo qui a ribadire:

1) la sanità é pubblica. Quando interviene il privato, e lo fa sia chiaro con qualità contribuendo alla missione pubblica, lo fa in regime di convenzionalmente e previo accreditamento. Ovvero mantenendo in capo al pubblico le funzioni di regia, di programmazione e controllo. Questo é il modello della legge 22 sull’odontoiatria che ci viene invidiata nel Paese e che attualmente garantisce cure a 10.000 persone, per lo più minori ed anziani. Questo modello basato sulla collaborazione tra pubblico e privato é stato recentemente confermato anche in tema di psicologia e psicoterapia.

2) la prevenzione e la promozione della salute sono compiti primari ed esclusivi della sanità pubblica. Non é delegabile al privato o al libero professionista, fatta eccezione per le associazioni senza scopo di lucro e non mi risulta che gli studi dentistici siano delle onlus. Lo dice in maniera chiara la norma provinciale all’articolo 3:
1. La promozione della salute è compito primario del servizio sanitario provinciale e di tutti i soggetti che concorrono ad esso. E’ attuata attraverso interventi di informazione e formazione diretti a sostenere la progressiva realizzazione di contesti sociali e culturali favorevoli alla salute e a indurre nei cittadini comportamenti salutari e responsabili.
2. La Provincia riconosce il ruolo delle associazioni di volontariato e degli organismi senza scopo di lucro che diffondono i valori della prevenzione, della cura e della tempestività delle prestazioni sanitarie e socio-sanitarie, attraverso azioni di sostegno sociale alle persone e altre attività di informazione e assistenza.

3) se vi sono studi privati che intendono concorrere in maniera strutturale alle politiche pubbliche lo facciano chiedendo l’accreditamento e il convenzionalmente, sapendo che ciò comporta tariffe pubbliche e accettazione della regia pubblica.

4) l’igiene orale e la promozione della salute orale sono competenze e dunque mansioni affidate agli igienisti dentali e non agli odontoiatri. Il progetto che vorrebbe affidare invece queste funzioni ai dentisti, presentato dalla Cao ma sottoscritto a quanto mi risulta anche dal direttore di dipartimento (e questo ha dell’incredibile: un direttore di dipartimento che vorrebbe affidare al privato le sue proprie responsabilità lascia senza parole…), apre così a qualche sospetto sulla genuinità e l’improvvisa generositá dei firmatari.

Al netto di tutto ciò, se oggi vi sono studi privati, attualmente non convenzionati, che esprimono la disponibilità di concorrere al dovere pubblico di garantire cure previste dai livelli essenziali e dai livelli aggiuntivi e se il dipartimento del welfare ravvisa che siamo in presenza di nuovi bisogni in tale campo, le strade che si aprono sono a mio parere due:

1) aumentare il finanziamento della legge 22 e contestualmente aprire nuove procedure di accreditamento
2) valutare la possibilità di chiedere ai convenzionati di svolgere attività esclusiva o altamente prevalente, in modo da specificare in maniera ancora più chiara la funzione pubblica svolta, con qualità e ottimi risultati, dagli studi convenzionati.

Affidare pezzi di sanità pubblica al privato fuori da un regime di accreditamento e convenzionamento non si può semplicemente fare. Confido dunque che l’assessore a breve voglia smentire le voci di fronte alle quali fino ad oggi è stato silente

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