Pubblicato da: mattiacivico | 14 maggio 2018

DEMO 06 – Costruire ponti

La Costituzione dice che ogni mandato politico va svolto con “disciplina ed onore” (articolo 54). Penso che rendere conto del proprio operato e raccontare il senso del proprio impegno sia uno dei modi per provare a rispondere a questo dovere.

Demo 06 l’ho intitolato “Costruire ponti“. Raccoglie quanto fatto e proposto concretamente in questa quindicesima legislatura: le interrogazioni, le mozioni le proposte di legge…..

Non solo un elenco di atti depositati, ma anche il tentativo di esplicitare l’intenzione con cui ho lavorato: sostenere e accompagnare la mia comunità nella felice necessità di “costruire ponti”…. sempre. Tra persone, tra comunità, tra “noi e loro”, tra oggi e domani, tra qui e il mondo.

Questo numero di Demo ospita anche due contributi per me importanti: quello della collega Donata Borgonovo Re, sul tema dei “ponti” tra Città e Valli e quello di Michele Nicoletti,  sul tema dei “ponti” tra il nostro territorio e l’Europa.

Il tutto aperto dalle parole sempre attuali di Alex Langer:

“Sul mio ponte si transita in entrambe
le direzioni, e sono contento di poter
contribuire a far circolare idee e persone”
(Minima personalia – Alex Langer, 1986)

Buona lettura!

demo 06 copertina

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Pubblicato da: mattiacivico | 7 marzo 2018

Facciamo primavera?

B68DBE42-B8C9-47B8-8AD3-8ACE199587BFSul voto di domenica.

Forse é stata l’aria nazionale, forse sono risultate incomprensibili alcune candidature, forse siamo stati percepito come eccessivamente conservatori, forse la campagna é stata sottotono, forse il voto di domenica é una critica diretta a Renzi, forse il tema della sicurezza e dei migranti hanno fatto la differenza, forse le fake news, forse la spaccatura della sinistra, forse i voti di Monti….

Le analisi si susseguono, ma nessuna delle ragioni precedenti centra a mio avviso appieno il punto.

La bocciatura di domenica non é solo una critica al “cosa” abbiamo fatto e abbiamo proposto di fare: siamo oltre al merito. Sia chi ha vinto sia chi ha perso non lo ha fatto sulla base delle promesse o della propria esperienza concreta. E questo, attenzione, riguarda anche la Lega e il M5S. Chi li ha votati non pensa che Traini, il cecchino di Macerata, sia un eroe nazionale (e comunque la sua immagine con il tricolore sulle spalle é una ferita) o che si possa davvero uscire dall’Euro.

É come se gli elettori si fossero messi il cuore in pace: in campagna elettorale le balle volano e non contano. Nessuno si scandalizzerà se non avremo il reddito di cittadinanza o se non avremo la Flat Tax. Allora cosa conta? Oggi più che mai conta più del “cosa” il “come”.

Il tema che propone questo voto a mio avviso riguarda soprattutto il “come” si fa politica o “come” si selezionano le candidature. E il “come” sottende sempre il “perché”.

Indubbiamente Lega e M5S sono stati percepiti come più “popolari”, meno elitari e meno distanti. Meno conservatori, meno attaccati a quel potere con cui i cittadini si confrontano e scontrano tutti i giorni.

Il punto di riflessione per noi dovrebbe essere questo. Cosa facciamo del potere che ci é consegnato? Come lo esercitiamo (e dunque “perchè” e “per chi”)? Dove vengono discusse le decisioni che vogliamo prendere? Come vengono selezionate le classi dirigenti? Conta più la fedeltà o la lealtà? Vale a Roma come a Trento.

A me pare che su questo piano, lo dissi inascoltato e avversato già anni fa, la nostra coalizione locale debba dare un segnale più forte ed incisivo. Più al servizio e meno al potere: il potere come strumento e mai come fine. Valorizzare la lealtà e meno la fedeltà. Meno filiere e più comunità.

Per il Pd e per la coalizione la strada da imboccare mi pare dunque ineludibile: aprire porte e finestre, rifondarsi in un processo partecipativo vero e senza filtri e dunque immettere nel presente segni concreti di futuro.

Apriamo da subito una profonda riflessione sul partito, ritornando alle nostre origini, ai valori fondativi. Apriamo lo spazio di una comunità politica con chi ci sta e si riconosce nei valori del centrosinistra autonomista; recuperando quelli che abbiamo perso per strada (coltiviamo il desiderio e l’impegno di riprendere il cammino comune con chi sta alla nostra sinistra), ricostruendo un sano dialogo con le forze autonomiste in una imprescindibile cornice regionale, intensificando il dialogo con le espressioni civiche sul nostro territorio. Chiedendo anche ai nostri attuali alleati di fare lo stesso sforzo di ridefinizione e consolidamento della propria identità e forza.

Non basterà ad ottobre dire quello che abbiamo fatto, che avremmo voluto e vorremo fare: dovremo presentarci con umiltà e con una credibilità che solo un cambiamento concreto già avvenuto potrà darci. Dovremmo dire oggi ai nostri elettori delusi: abbiamo capito, abbiamo sbagliato, cambiamo passo.

É già autunno, l’inverno é alle porte. Facciamo primavera.

Pubblicato da: mattiacivico | 21 febbraio 2018

Proposta di Pace per la Siria

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Depositata oggi una mozione per sostenere la Poposta di Pace per la Siria, redatta dai profughi siriani e promossa da Operazione Colomba. La mozione ha come primo firmatario il consigliere Mattia Civico e ha le firme di supporto di tutto il PD e dei capigruppo di maggioranza. Analoghe mozioni sono in discussione nei Consigli di altre Regioni italiane (Piemonte, Valle d’Aosta….)

Qui di seguito il link alla Mozione:

Mozione “Proposta di Pace per la Siria”

 

Pubblicato da: mattiacivico | 27 dicembre 2017

Anche per noi tempo di pagelle…

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Pubblicato da: mattiacivico | 18 ottobre 2017

Demo 04 – Tempo di recupero

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Pubblicato da: mattiacivico | 18 ottobre 2017

Demo 05 – Avrò cura di te

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Pubblicato da: mattiacivico | 16 settembre 2017

Spreco alimentare: legge provinciale

IMG_2528.JPGIntervento pubblicato da l’Adige il 15 settembre 2017

 

Le dimensioni dello spreco alimentare sono enormi. La FAO (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) certifica in 1,3 miliardi di tonnellate la quantità di cibo che ogni anno viene scartato; sia nella fase di raccolta e trasformazione delle materie prima, sia nella fase di grande e piccola distribuzione, fino a riguardare anche ciò che accade nelle nostre case. Europa e Italia non sono esenti da questo fenomeno: nel nostro Paese finiscono tra i rifiuti quasi 9 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cibo che basterebbe a sfamare 44 milioni di persone. Il valore economico che finisce in discarica é pari a 37 miliardi di euro. 450 euro per ogni famiglia.
Questi dati pongono in luce evidenti paradossi e contraddizioni. Innazitutto vi é una questione di giustizia sociale: lo spreco da un lato corrisponde alla mancanza di beni di primaria necessità per milioni di persone. Non é più ammissibile che vi sia una parte di mondo in cui tutto abbonda e un’altra (anche geograficamente coincidente) che soffre la fame. Riflettere su questo tema é davvero urgente. Inoltre, su un altro piano, la riflessione va affrontata anche riguardo alla sostenibilità ambientale: gli alimenti scartati sono stati raccolti, trasformati e distribuiti e ogni passaggio di questa filiera ha richiesto lavoro ed energia per essere realizzato. Lo spreco delle risorse naturali e la connessa produzione di Co2 e di inquinamento sono fra le prime cause del cambiamento climatico e dell’incremento di malattie respiratorie.
La redistribuzione delle eccedenze alimentari é dunque un atto di giustizia sociale e un atto di rispetto per l’ambiente, la salute e il lavoro dell’uomo.
Lo scorso anno il Parlamento Italiano ha legiferato per promuovere e sostenere azioni che contrastino la cultura dello spreco e favoriscano il recupero del potenziale scarto. Anche il Consiglio Provinciale ha recentemente approvato un testo che ha unificato tre proposte legislative su iniziativa comune di Chiara Avanzo, Walter Viola e del sottoscritto.
É noto che nel nostro territorio da tempo sono in essere iniziative positive nate nel mondo del volontariato, Banco Alimentare e Trentino Solidale ne sono due virtuose espressioni, per agire concretamente per la redistribuzione delle eccedenze alimentari. E beneficiano di questo prezioso lavoro non solo le mense dei poveri, ma anche singole famiglie che si trovano a fare i conti con difficoltà economiche piu o meno temporanee.
La politica dunque in questa occasione ha avuto la capacità di osservare e sostenere: onestamente non ci siamo inventati nulla di nuovo, ma abbiamo inteso sostenere e promuovere le risposte che la comunità, oggi in collaborazione anche con i servizi sociali di territorio, ha già da tempo saputo auto-organizzare. Un processo a mio avviso virtuoso, perché anche oggi, come in passato, molte risposte alle crisi che ci sono, si trovano nella stessa comunità. E il compito della politica a volte é anche solo quello di saper raccogliere e mettere a sistema, favorendo coordinamento e mettendo a disposizione qualche risorsa per facilitare il compito delle organizzazioni di volontariato.
C’é poi evidentemente il piano della prevenzione della produzione dello spreco lungo le filiere produttive e lo strategico obiettivo di educare ad una alimentazione sana, equilibrata e giustamente dimensionata. Obiettivi questi ultimi tra l’altro contenuti anche nel piano della salute provinciale. Con la norma recentemente approvata dal Consiglio Provinciale di Trento (all’unanimità) abbiamo dunque a disposizione della comunità qualche strumento in più: per incentivare le imprese agricole e di trasformazione e distribuzione alimentare a ridurre la perdita di cibo lungo il processo produttivo, per sostenere le realtà che si fanno carico della raccolta e redistribuzione delle eccedenze e per promuovere con più efefficaci percorsi di educazione alimentare.
Se pensiamo alle macro dimensioni del fenomeno é certamente insufficiente, ma sono convinto sia un importante segnale in controtendenza. E ve n’é davvero urgenza: per giustizia sociale ed ambientale innanzitutto.

Un altro suicidio in carcere. É sempre una sconfitta. Ogni suicidio lo é. Una sconfitta personale ma anche della comunità. Non siamo riusciti ad evitarlo e non siamo stati capaci di dare evidentemente una prospettiva, a ricostruire un senso. I suicidi in carcere non si contrastano solo con maggiore personale. É troppo semplice come risposta. Si evitano i suicidi con più umanità e più dignità. Il sotto organico é un problema ma non é la causa della disperazione che evidentemente c’é. Dobbiamo riflettere profondamente sulla capacità delle nostre istituzioni di favorire un cambiamento in chi é ristretto: il carcere é una nostra istituzione e la popolazione carceraria (detenuti e detenenti) sono una parte della nostra comunità. I detenuti sono persone a cui va data una prospettiva alternativa e il cui corpo é custodito dallo Stato. Assumersi delle responsabilità in questo caso vuol dire stare ancora più accanto. Oltre la custodia, oltre i muri. Per essere più forti della disperazione e del vuoto di senso.

Pubblicato da: mattiacivico | 27 luglio 2017

Stop all’export di armi italiane in Arabia Saudita

STOP ARMI ITALIANEQui di seguito il testo della proposta di voto che oggi (27 luglio 2017) ho depositato in Consiglio Provinciale. E’ un atto del Consiglio che si rivolge al Governo e al Parlamento italiano.

 

Lo Yemen vive in uno stato di guerra civile dal 2011: le proteste anti-governative durante la cosiddetta “primavera araba” hanno spaccato un Paese già instabile. Il conflitto sta vedendo contrapporsi diverse fazioni con continui ribaltamenti di fronte: gli Houthi, gruppo di sciiti zaiditi, insieme al gruppo Islah avevano determinato nel 2012 la caduta di Saleh che governava il Paese dal 1978. Quello stesso gruppo, pare con l’appoggio dell’Iran, è ora alleato con lo stesso Saleh contro le forze governative di Hadi. A destabilizzare tutta l’area anche la presenza di gruppi vicini ad Al Qaeda.

L’Arabia Saudita è uno dei Paesi più preoccupati per la situazione: l’intervento militare a guida saudita nello Yemen, richiesto dal presidente Hadi, come ha rilevato lo stesso Parlamento Europeo, ha visto l’utilizzo di bombe a grappolo bandite a livello internazionale e ha portato a una situazione umanitaria disastrosa che interessa la popolazione in tutto il paese: membri della popolazione civile yemenita, già esposta a condizioni di vita terribili, sono le principali vittime dell’attuale escalation militare.

Gli analisti vedono la situazione con grande pessimismo. Lo Yemen è in procinto di diventare un altro Afghanistan, o peggio un’altra Somalia, terra di nessuno dominata, da fazioni tribali ed estremisti religiosi in cui le potenze straniere si confrontano a distanza. L’ideale terreno di coltura per il terrorismo internazionale.

Stime prudenti delle Nazioni Unite parlano di seimila persone uccise, metà delle quali civili, e di quattro quinti degli yemeniti che necessitano di aiuti dall’esterno. Più della metà di loro hanno scarso accesso al cibo e almeno 320mila bambini di meno di cinque anni sono gravemente malnutriti. Gli sfollati sono oltre 2,4 milioni.

Circa 170mila persone hanno abbandonato lo Yemen finora, dirette soprattutto verso Gibuti, Etiopia, Somalia e Sudan. Le Nazioni Unite prevedono che altre 167mila persone lasceranno il paese entro l’anno. Ma i rifugi di un tempo, come la Giordania, oggi impongono visti e condizioni molto restrittive per entrare.

La guerra ha provocato danni devastanti per 26 milioni di yemeniti, che faticano a sopravvivere in un Paese già di per sé povero e afflitto da una grave carenza d’acqua, dalla corruzione e da una cattiva gestione politica.

UNICEF denuncia che il conflitto nello Yemen ha avuto pesanti ricadute anche sull’accesso dei bambini all’istruzione, che ha smesso di funzionare per quasi 2 milioni di minori, con la chiusura di 3 584 scuole, ossia una su quattro: 860 di tali scuole sono danneggiate oppure sono utilizzate come rifugio per gli sfollati.

Il 26 luglio scorso i vertici di Unicef, Organizzazione Mondiale della Sanità e World Food Program hanno lanciato un drammatico appello sulla situazione nello Yemen: in quel Paese è in corso “la peggiore epidemia di colera del mondo in mezzo alla peggiore crisi umanitaria”

“Solo negli ultimi tre mesi sono stati registrati 400 mila casi sospetti e 1.900 morti. Infrastrutture essenziali per la salute, l’acqua e lo smaltimento dei rifiuti sono paralizzate da due anni di ostilità’ creando le condizioni ideali per il diffondersi della malattia”.

“Il 60 per cento della popolazione non sa da dove verrà il loro prossimo pasto. Oltre due milioni di bambini sono gravemente malnutriti. La malnutrizione li rende più vulnerabili al colera. Un circolo vizioso”.

Stando a quanto riporta l’organizzazione Save the Children, in larga parte del Paese manca la più basilare assistenza sanitaria: gli ospedali sono stati chiusi in 18 su 22 governatorati; in particolare, sono stati chiusi 153 centri sanitari che in precedenza fornivano nutrimento a oltre 450 000 bambini a rischio, insieme a 158 ambulatori che erogavano servizi di assistenza sanitaria di base a quasi mezzo milione di bambini al di sotto dei cinque anni.

Il 25 febbraio 2016 il Parlamento Europeo, a larga maggioranza ha approvato una risoluzione, la numero 2016/2515(RSP), in cui affronta con preoccupazione la crisi umanitaria nello Yemen. Tra le molte considerazioni contenute nella risoluzione ve n’é una che riguarda anche il nostro Paese e che dunque vale la pena di riportare integralmente:

“considerando che alcuni Stati membri dell’UE hanno continuato ad autorizzare il trasferimento di armi e articoli correlati verso l’Arabia Saudita dopo l’inizio della guerra e considerato che tali trasferimenti violano la posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, che esclude esplicitamente il rilascio di licenze relative ad armi da parte degli Stati membri laddove vi sia il rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e per compromettere la pace, la sicurezza e la stabilità regionali”.

Tale considerazione induce il Parlamento europeo a “sollecitare un’iniziativa finalizzata all’imposizione di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008”.

L’invito, come detto, è rivolto anche al nostro Paese che in effetti è produttore ed esportatore di armamenti proprio anche verso l’Arabia Saudita.

L’Italia è fra i primi dieci paesi al mondo per export di armi. Le autorizzazioni rilasciate dal governo nel 2016 valgono 14,6 miliardi di euro, segnando un incremento dell’85% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015 e addirittura del 452% rispetto al 2014.

I paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente, con quasi 9 miliardi euro di euro, ricoprono da soli quasi il 60% delle autorizzazioni: Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Pakistan, Angola, Emirati Arabi Uniti.

Anche se il valore delle esportazioni effettive rimane in linea con quello degli anni precedenti (circa 2,85 miliardi), è evidente che negli anni futuri avremo vedremo gli effetti di queste autorizzazioni.

Nella Relazione annuale che il Governo consegna al parlamento, ai sensi della legge 185 del 1990, si rende evidente che il nostro Paese esporta armi in 82 Paesi: tra questi il nostro cliente migliore è il Kuwait con commesse pari a 7,7 miliardi. Per l’Arabia Saudita sono state emesse autorizzazioni del valore pari a 427,5 milioni.

L’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa interpreta i dati contenuti nella relazione come la «conferma di una tendenza allarmante delle politiche di esportazione di sistemi militari in atto negli ultimi anni: Africa Settentrionale e Medio Oriente sono, infatti, le aeree di maggior tensione del mondo e sono zone governate in gran parte da regimi autoritari e da monarchie assolute irrispettose dei più basilari diritti umani. Fornire armi e sistemi militari a questi regimi, oltre a contribuire ad alimentare le tensioni, rappresenta un tacito consenso alle loro politiche repressive. I risultati di queste politiche sono le migliaia di migranti che con ogni mezzo cercano rifugio sulle nostre coste.»

La situazione dello Yemen svela ciò che la storia ha reso evidente per tutti i conflitti nel mondo: le guerre non risolvono i conflitti, ma producono morte, malattia, povertà e migrazioni. Alimentare con l’esportazione di armi un metodo di “risoluzione delle controversie” basato sulla violenza è oltre che per noi incostituzionale anche miope.

Si potrebbe dire che è sempre andata così; ma oggi più che mai, proprio perché è sempre andata così, non è più sostenibile né onorevole uno sviluppo economico basato sulle disgrazie altrui. E forse questo dovrebbe davvero essere il tempo per una scelta di campo orientata al futuro che profondamente ogni essere umano desidera: un futuro di pace per tutti. Noi compresi.

 

Tanto premesso

 

il Consiglio provinciale chiede al Governo ed al Parlamento

 

  1. di fermare al più presto i rapporti commerciali e nello specifico l’export di armamenti con tutti quei Paesi, soprattutto dell’area Mediorientale e dell’Africa Settentrionale, coinvolti in conflitti come nel caso specifico dell’Arabia Saudita riportato nella premessa del presente atto;
  2. di avviare con urgenza un serio processo di riconversione dell’industria bellica in senso civile, al fine di garantire al nostro Paese uno sviluppo economico svincolato dai conflitti e dalle guerre;
  3. di potenziare e sviluppare ogni iniziativa di cooperazione allo sviluppo che possa prevenire situazioni di conflitto o favorirne la ricomposizione;
  4. di sostenere e diffondere le esperienze nazionali ed internazionali di diplomazia popolare nonviolenta, di risoluzione nonviolenta dei conflitti, di presenza civile nonviolenta in contesti di conflitto, anche mediante la redazione di un report annuale.

 

 

cons. Mattia Civico

cons. Violetta Plotegher

cons.ra Donata Borgonovo Re

Cons.ra Lucia Maestri

cons. Alessio Manica,

 

i seguenti capigruppo:

cons. Gianpiero Passamani, cons. Giuseppe Detomas, cons. Lorenzo Ossana, cons. Marino Simoni, cons. Massimo Fasanelli, cons. Nerio Giovanazzi, cons. Rodolfo Borga, cons. Giacomo Bezzi, cons.ra Manuela Bottamedi

 

 

vvffIl 25 luglio ho depositato una interrogazione al fine di sollevare una questione che ritengo importante: il codice etico dei Vigili del Fuoco, così come redatto attualmente, non previene il conflitto di interesse. Lo legittima. Il volontariato pompieristico merita di avere un codice etico chiaro e degno di questo nome. Per rispetto innanzitutto di oltre 5.000 volontari!

 

Più di due anni e mezzo fa, durante la sessione di bilancio nel dicembre del 2014, è stata posto all’attenzione del Consiglio Provinciale di Trento la necessità di dotare i Vigili del Fuoco e più in generale il sistema di protezione civile, di un codice etico, per regolare i casi di incompatibilità, come peraltro avviene già da molto tempo a livello nazionale (articolo 8 del DPR 76 del 2004), e per prevenire potenziali conflitti di interesse.

Inopportuno, si sostenne, che chi ricopre ruolo apicali nelle organizzazioni di volontariato, e ha dunque potere decisionale e di commissionare incarichi o affidare lavori, sia esso stesso titolare di studi professionali di progettazione, di aziende che operano nell’ambito della sicurezza e dell’antincendio.

Evidente il rischio di una, magari in buona fede, commistione di interessi. Il tema suscitò preoccupazioni da parte dell’allora vertice della Federazione e di qualche comandante ed ispettore: l’assessore Mellarini propose una mediazione, con un emendamento approvato in Consiglio che quindi fissò un percorso con obiettivi e tempi:

“Le predette strutture operative mediante codici di autoregolamentazione definiscono le modalità per evitare potenziali conflitti di interesse in capo ai propri componenti, con riferimento ad attività o valutazioni che siano direttamente o immediatamente correlate con specifici interessi del componente. I codici sono adottati entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge”

Nulla si è mosso per molti mesi. Ben di più dei sei previsti dalla norma.

In seguito alle dimissioni del Presidente della Federazione dei Vigili del Fuoco Volontari, la Giunta Provinciale, con delibera 1243 del 22 luglio 2016, ha nominato una commissione tecnica composta da tre ispettori e da tre comandanti dei VVFF volontari e coordinata da R.B dirigente in quiescenza. Tale gruppo di lavoro, dopo mesi di approfondimento e di incontri sul territorio, ha redatto una ipotesi di statuto e di codice etico.

Ad inizio maggio 2017 di quest’anno la commissione, alla presenza dell’Assessore competente, ha dunque proposto all’assemblea dei vigili del fuoco volontari un articolato di codice etico e l’assemblea della Federazione provinciale dei Vigili del Fuoco, composta dai destinatari delle norme che il codice etico ha introdotto, lo ha approvato.

Era dicembre 2014. Siamo a maggio 2017. Dovevano bastare sei mesi, ce ne sono voluti trenta. Ma non è questo il punto.

La formulazione finale è questa (articolo 5 comma 2):

“Il Comandante di un corpo, l’Ispettore di una Unione distrettuale o il Presidente della federazione che, nell’espletamento delle loro rispettive funzioni istituzionali, conferiscano un incarico retribuito ovvero ordinino una fornitura di beni o servizi a titolo oneroso non possono loro stessi o loro parenti o affini fino al secondo grado l’incarico o l’ordine di fornitura a meno che ciò non comporti una minore spesa complessiva per il Corpo/Unione/Federazione, da documentare mediante i confronti di prezzi o di convenienza effettuati. Sono fatte salve le attività in situazione di emergenza.”

Tradotto: il presidente che progetta caserme, l’ispettore che vende estintori, il comandante che allestisce mezzi di soccorso, possono tranquillamente continuare a ricoprire il loro ruolo apicale ed eventualmente anche auto-attribuirsi incarichi professionali o commesse di lavoro a patto che facciano un piccolo sconto.

Si tratta evidentemente di una norma, così redatta, oltre che inefficace, dannosa, perché invece di indicare incompatibilità o comportamenti da assumere in caso di conflitto di interesse, semplicemente li legittima.

La Giunta Provinciale, nella seduta del 19 maggio a.c., con delibera 789, ha approvato lo Statuto, ma ha ritenuto di non approvare il codice etico dando mandato all’assessore competente di sollecitare la Federazione ad apportare opportune modifiche.

E’ evidente che il codice etico così redatto non garantisce nulla e nessuno rispetto a potenziali conflitti di interessi e anzi di fatto lo legittima. Chiaramente un codice etico di questo tenore non può fissare il perimetro accettabile entro il quale, per esempio, individuare i nuovi vertici della Federazione. E’ necessario e a questo punto urgente che la politica e il mondo del volontariato diano chiari segnali di trasparenza e garanzia di correttezza.

All’inizio di questo lungo percorso si era consensualmente deciso di soprassedere sulla via legislativa e di promuovere un percorso “dal basso”, che coinvolgesse in prima persona la Federazione. Visti i risultati pare evidente che tale strada ha portato ad un risultato inaccettabile e pertanto pare urgente che il Consiglio Provinciale si assuma la responsabilità di fissare principi e criteri per legge.

Tanto premesso

chiedo al Presidente della Provincia e all’assessore competente

1) se non ritengano l’articolo 5 del codice etico proposto dalla commissione istituita con delibera di Giunta e approvato dall’Assemblea della Federazione palesemente inefficace dal punto di vista degli obiettivi che dovrebbe avere un codice etico, ovvero (se non altro) prevenire situazioni di conflitto di interesse;

2) quali iniziative sono state assunte al fine di sollecitare la Federazione ad apportare le opportune modifiche;

3) se non ritengano opportuno mettere in campo ogni iniziativa al fine di scongiurare il fatto che i vertici della Federazione (di prossima nomina) costituiscano e riproducano situazioni di evidente conflitto di interesse.

 

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