Pubblicato da: mattiacivico | 16 settembre 2017

Spreco alimentare: legge provinciale

IMG_2528.JPGIntervento pubblicato da l’Adige il 15 settembre 2017

 

Le dimensioni dello spreco alimentare sono enormi. La FAO (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) certifica in 1,3 miliardi di tonnellate la quantità di cibo che ogni anno viene scartato; sia nella fase di raccolta e trasformazione delle materie prima, sia nella fase di grande e piccola distribuzione, fino a riguardare anche ciò che accade nelle nostre case. Europa e Italia non sono esenti da questo fenomeno: nel nostro Paese finiscono tra i rifiuti quasi 9 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cibo che basterebbe a sfamare 44 milioni di persone. Il valore economico che finisce in discarica é pari a 37 miliardi di euro. 450 euro per ogni famiglia.
Questi dati pongono in luce evidenti paradossi e contraddizioni. Innazitutto vi é una questione di giustizia sociale: lo spreco da un lato corrisponde alla mancanza di beni di primaria necessità per milioni di persone. Non é più ammissibile che vi sia una parte di mondo in cui tutto abbonda e un’altra (anche geograficamente coincidente) che soffre la fame. Riflettere su questo tema é davvero urgente. Inoltre, su un altro piano, la riflessione va affrontata anche riguardo alla sostenibilità ambientale: gli alimenti scartati sono stati raccolti, trasformati e distribuiti e ogni passaggio di questa filiera ha richiesto lavoro ed energia per essere realizzato. Lo spreco delle risorse naturali e la connessa produzione di Co2 e di inquinamento sono fra le prime cause del cambiamento climatico e dell’incremento di malattie respiratorie.
La redistribuzione delle eccedenze alimentari é dunque un atto di giustizia sociale e un atto di rispetto per l’ambiente, la salute e il lavoro dell’uomo.
Lo scorso anno il Parlamento Italiano ha legiferato per promuovere e sostenere azioni che contrastino la cultura dello spreco e favoriscano il recupero del potenziale scarto. Anche il Consiglio Provinciale ha recentemente approvato un testo che ha unificato tre proposte legislative su iniziativa comune di Chiara Avanzo, Walter Viola e del sottoscritto.
É noto che nel nostro territorio da tempo sono in essere iniziative positive nate nel mondo del volontariato, Banco Alimentare e Trentino Solidale ne sono due virtuose espressioni, per agire concretamente per la redistribuzione delle eccedenze alimentari. E beneficiano di questo prezioso lavoro non solo le mense dei poveri, ma anche singole famiglie che si trovano a fare i conti con difficoltà economiche piu o meno temporanee.
La politica dunque in questa occasione ha avuto la capacità di osservare e sostenere: onestamente non ci siamo inventati nulla di nuovo, ma abbiamo inteso sostenere e promuovere le risposte che la comunità, oggi in collaborazione anche con i servizi sociali di territorio, ha già da tempo saputo auto-organizzare. Un processo a mio avviso virtuoso, perché anche oggi, come in passato, molte risposte alle crisi che ci sono, si trovano nella stessa comunità. E il compito della politica a volte é anche solo quello di saper raccogliere e mettere a sistema, favorendo coordinamento e mettendo a disposizione qualche risorsa per facilitare il compito delle organizzazioni di volontariato.
C’é poi evidentemente il piano della prevenzione della produzione dello spreco lungo le filiere produttive e lo strategico obiettivo di educare ad una alimentazione sana, equilibrata e giustamente dimensionata. Obiettivi questi ultimi tra l’altro contenuti anche nel piano della salute provinciale. Con la norma recentemente approvata dal Consiglio Provinciale di Trento (all’unanimità) abbiamo dunque a disposizione della comunità qualche strumento in più: per incentivare le imprese agricole e di trasformazione e distribuzione alimentare a ridurre la perdita di cibo lungo il processo produttivo, per sostenere le realtà che si fanno carico della raccolta e redistribuzione delle eccedenze e per promuovere con più efefficaci percorsi di educazione alimentare.
Se pensiamo alle macro dimensioni del fenomeno é certamente insufficiente, ma sono convinto sia un importante segnale in controtendenza. E ve n’é davvero urgenza: per giustizia sociale ed ambientale innanzitutto.

Un altro suicidio in carcere. É sempre una sconfitta. Ogni suicidio lo é. Una sconfitta personale ma anche della comunità. Non siamo riusciti ad evitarlo e non siamo stati capaci di dare evidentemente una prospettiva, a ricostruire un senso. I suicidi in carcere non si contrastano solo con maggiore personale. É troppo semplice come risposta. Si evitano i suicidi con più umanità e più dignità. Il sotto organico é un problema ma non é la causa della disperazione che evidentemente c’é. Dobbiamo riflettere profondamente sulla capacità delle nostre istituzioni di favorire un cambiamento in chi é ristretto: il carcere é una nostra istituzione e la popolazione carceraria (detenuti e detenenti) sono una parte della nostra comunità. I detenuti sono persone a cui va data una prospettiva alternativa e il cui corpo é custodito dallo Stato. Assumersi delle responsabilità in questo caso vuol dire stare ancora più accanto. Oltre la custodia, oltre i muri. Per essere più forti della disperazione e del vuoto di senso.

Pubblicato da: mattiacivico | 27 luglio 2017

Stop all’export di armi italiane in Arabia Saudita

STOP ARMI ITALIANEQui di seguito il testo della proposta di voto che oggi (27 luglio 2017) ho depositato in Consiglio Provinciale. E’ un atto del Consiglio che si rivolge al Governo e al Parlamento italiano.

 

Lo Yemen vive in uno stato di guerra civile dal 2011: le proteste anti-governative durante la cosiddetta “primavera araba” hanno spaccato un Paese già instabile. Il conflitto sta vedendo contrapporsi diverse fazioni con continui ribaltamenti di fronte: gli Houthi, gruppo di sciiti zaiditi, insieme al gruppo Islah avevano determinato nel 2012 la caduta di Saleh che governava il Paese dal 1978. Quello stesso gruppo, pare con l’appoggio dell’Iran, è ora alleato con lo stesso Saleh contro le forze governative di Hadi. A destabilizzare tutta l’area anche la presenza di gruppi vicini ad Al Qaeda.

L’Arabia Saudita è uno dei Paesi più preoccupati per la situazione: l’intervento militare a guida saudita nello Yemen, richiesto dal presidente Hadi, come ha rilevato lo stesso Parlamento Europeo, ha visto l’utilizzo di bombe a grappolo bandite a livello internazionale e ha portato a una situazione umanitaria disastrosa che interessa la popolazione in tutto il paese: membri della popolazione civile yemenita, già esposta a condizioni di vita terribili, sono le principali vittime dell’attuale escalation militare.

Gli analisti vedono la situazione con grande pessimismo. Lo Yemen è in procinto di diventare un altro Afghanistan, o peggio un’altra Somalia, terra di nessuno dominata, da fazioni tribali ed estremisti religiosi in cui le potenze straniere si confrontano a distanza. L’ideale terreno di coltura per il terrorismo internazionale.

Stime prudenti delle Nazioni Unite parlano di seimila persone uccise, metà delle quali civili, e di quattro quinti degli yemeniti che necessitano di aiuti dall’esterno. Più della metà di loro hanno scarso accesso al cibo e almeno 320mila bambini di meno di cinque anni sono gravemente malnutriti. Gli sfollati sono oltre 2,4 milioni.

Circa 170mila persone hanno abbandonato lo Yemen finora, dirette soprattutto verso Gibuti, Etiopia, Somalia e Sudan. Le Nazioni Unite prevedono che altre 167mila persone lasceranno il paese entro l’anno. Ma i rifugi di un tempo, come la Giordania, oggi impongono visti e condizioni molto restrittive per entrare.

La guerra ha provocato danni devastanti per 26 milioni di yemeniti, che faticano a sopravvivere in un Paese già di per sé povero e afflitto da una grave carenza d’acqua, dalla corruzione e da una cattiva gestione politica.

UNICEF denuncia che il conflitto nello Yemen ha avuto pesanti ricadute anche sull’accesso dei bambini all’istruzione, che ha smesso di funzionare per quasi 2 milioni di minori, con la chiusura di 3 584 scuole, ossia una su quattro: 860 di tali scuole sono danneggiate oppure sono utilizzate come rifugio per gli sfollati.

Il 26 luglio scorso i vertici di Unicef, Organizzazione Mondiale della Sanità e World Food Program hanno lanciato un drammatico appello sulla situazione nello Yemen: in quel Paese è in corso “la peggiore epidemia di colera del mondo in mezzo alla peggiore crisi umanitaria”

“Solo negli ultimi tre mesi sono stati registrati 400 mila casi sospetti e 1.900 morti. Infrastrutture essenziali per la salute, l’acqua e lo smaltimento dei rifiuti sono paralizzate da due anni di ostilità’ creando le condizioni ideali per il diffondersi della malattia”.

“Il 60 per cento della popolazione non sa da dove verrà il loro prossimo pasto. Oltre due milioni di bambini sono gravemente malnutriti. La malnutrizione li rende più vulnerabili al colera. Un circolo vizioso”.

Stando a quanto riporta l’organizzazione Save the Children, in larga parte del Paese manca la più basilare assistenza sanitaria: gli ospedali sono stati chiusi in 18 su 22 governatorati; in particolare, sono stati chiusi 153 centri sanitari che in precedenza fornivano nutrimento a oltre 450 000 bambini a rischio, insieme a 158 ambulatori che erogavano servizi di assistenza sanitaria di base a quasi mezzo milione di bambini al di sotto dei cinque anni.

Il 25 febbraio 2016 il Parlamento Europeo, a larga maggioranza ha approvato una risoluzione, la numero 2016/2515(RSP), in cui affronta con preoccupazione la crisi umanitaria nello Yemen. Tra le molte considerazioni contenute nella risoluzione ve n’é una che riguarda anche il nostro Paese e che dunque vale la pena di riportare integralmente:

“considerando che alcuni Stati membri dell’UE hanno continuato ad autorizzare il trasferimento di armi e articoli correlati verso l’Arabia Saudita dopo l’inizio della guerra e considerato che tali trasferimenti violano la posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, che esclude esplicitamente il rilascio di licenze relative ad armi da parte degli Stati membri laddove vi sia il rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e per compromettere la pace, la sicurezza e la stabilità regionali”.

Tale considerazione induce il Parlamento europeo a “sollecitare un’iniziativa finalizzata all’imposizione di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008”.

L’invito, come detto, è rivolto anche al nostro Paese che in effetti è produttore ed esportatore di armamenti proprio anche verso l’Arabia Saudita.

L’Italia è fra i primi dieci paesi al mondo per export di armi. Le autorizzazioni rilasciate dal governo nel 2016 valgono 14,6 miliardi di euro, segnando un incremento dell’85% rispetto ai 7,9 miliardi del 2015 e addirittura del 452% rispetto al 2014.

I paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente, con quasi 9 miliardi euro di euro, ricoprono da soli quasi il 60% delle autorizzazioni: Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Pakistan, Angola, Emirati Arabi Uniti.

Anche se il valore delle esportazioni effettive rimane in linea con quello degli anni precedenti (circa 2,85 miliardi), è evidente che negli anni futuri avremo vedremo gli effetti di queste autorizzazioni.

Nella Relazione annuale che il Governo consegna al parlamento, ai sensi della legge 185 del 1990, si rende evidente che il nostro Paese esporta armi in 82 Paesi: tra questi il nostro cliente migliore è il Kuwait con commesse pari a 7,7 miliardi. Per l’Arabia Saudita sono state emesse autorizzazioni del valore pari a 427,5 milioni.

L’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa interpreta i dati contenuti nella relazione come la «conferma di una tendenza allarmante delle politiche di esportazione di sistemi militari in atto negli ultimi anni: Africa Settentrionale e Medio Oriente sono, infatti, le aeree di maggior tensione del mondo e sono zone governate in gran parte da regimi autoritari e da monarchie assolute irrispettose dei più basilari diritti umani. Fornire armi e sistemi militari a questi regimi, oltre a contribuire ad alimentare le tensioni, rappresenta un tacito consenso alle loro politiche repressive. I risultati di queste politiche sono le migliaia di migranti che con ogni mezzo cercano rifugio sulle nostre coste.»

La situazione dello Yemen svela ciò che la storia ha reso evidente per tutti i conflitti nel mondo: le guerre non risolvono i conflitti, ma producono morte, malattia, povertà e migrazioni. Alimentare con l’esportazione di armi un metodo di “risoluzione delle controversie” basato sulla violenza è oltre che per noi incostituzionale anche miope.

Si potrebbe dire che è sempre andata così; ma oggi più che mai, proprio perché è sempre andata così, non è più sostenibile né onorevole uno sviluppo economico basato sulle disgrazie altrui. E forse questo dovrebbe davvero essere il tempo per una scelta di campo orientata al futuro che profondamente ogni essere umano desidera: un futuro di pace per tutti. Noi compresi.

 

Tanto premesso

 

il Consiglio provinciale chiede al Governo ed al Parlamento

 

  1. di fermare al più presto i rapporti commerciali e nello specifico l’export di armamenti con tutti quei Paesi, soprattutto dell’area Mediorientale e dell’Africa Settentrionale, coinvolti in conflitti come nel caso specifico dell’Arabia Saudita riportato nella premessa del presente atto;
  2. di avviare con urgenza un serio processo di riconversione dell’industria bellica in senso civile, al fine di garantire al nostro Paese uno sviluppo economico svincolato dai conflitti e dalle guerre;
  3. di potenziare e sviluppare ogni iniziativa di cooperazione allo sviluppo che possa prevenire situazioni di conflitto o favorirne la ricomposizione;
  4. di sostenere e diffondere le esperienze nazionali ed internazionali di diplomazia popolare nonviolenta, di risoluzione nonviolenta dei conflitti, di presenza civile nonviolenta in contesti di conflitto, anche mediante la redazione di un report annuale.

 

 

cons. Mattia Civico

cons. Violetta Plotegher

cons.ra Donata Borgonovo Re

Cons.ra Lucia Maestri

cons. Alessio Manica,

 

i seguenti capigruppo:

cons. Gianpiero Passamani, cons. Giuseppe Detomas, cons. Lorenzo Ossana, cons. Marino Simoni, cons. Massimo Fasanelli, cons. Nerio Giovanazzi, cons. Rodolfo Borga, cons. Giacomo Bezzi, cons.ra Manuela Bottamedi

 

 

vvffIl 25 luglio ho depositato una interrogazione al fine di sollevare una questione che ritengo importante: il codice etico dei Vigili del Fuoco, così come redatto attualmente, non previene il conflitto di interesse. Lo legittima. Il volontariato pompieristico merita di avere un codice etico chiaro e degno di questo nome. Per rispetto innanzitutto di oltre 5.000 volontari!

 

Più di due anni e mezzo fa, durante la sessione di bilancio nel dicembre del 2014, è stata posto all’attenzione del Consiglio Provinciale di Trento la necessità di dotare i Vigili del Fuoco e più in generale il sistema di protezione civile, di un codice etico, per regolare i casi di incompatibilità, come peraltro avviene già da molto tempo a livello nazionale (articolo 8 del DPR 76 del 2004), e per prevenire potenziali conflitti di interesse.

Inopportuno, si sostenne, che chi ricopre ruolo apicali nelle organizzazioni di volontariato, e ha dunque potere decisionale e di commissionare incarichi o affidare lavori, sia esso stesso titolare di studi professionali di progettazione, di aziende che operano nell’ambito della sicurezza e dell’antincendio.

Evidente il rischio di una, magari in buona fede, commistione di interessi. Il tema suscitò preoccupazioni da parte dell’allora vertice della Federazione e di qualche comandante ed ispettore: l’assessore Mellarini propose una mediazione, con un emendamento approvato in Consiglio che quindi fissò un percorso con obiettivi e tempi:

“Le predette strutture operative mediante codici di autoregolamentazione definiscono le modalità per evitare potenziali conflitti di interesse in capo ai propri componenti, con riferimento ad attività o valutazioni che siano direttamente o immediatamente correlate con specifici interessi del componente. I codici sono adottati entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge”

Nulla si è mosso per molti mesi. Ben di più dei sei previsti dalla norma.

In seguito alle dimissioni del Presidente della Federazione dei Vigili del Fuoco Volontari, la Giunta Provinciale, con delibera 1243 del 22 luglio 2016, ha nominato una commissione tecnica composta da tre ispettori e da tre comandanti dei VVFF volontari e coordinata da R.B dirigente in quiescenza. Tale gruppo di lavoro, dopo mesi di approfondimento e di incontri sul territorio, ha redatto una ipotesi di statuto e di codice etico.

Ad inizio maggio 2017 di quest’anno la commissione, alla presenza dell’Assessore competente, ha dunque proposto all’assemblea dei vigili del fuoco volontari un articolato di codice etico e l’assemblea della Federazione provinciale dei Vigili del Fuoco, composta dai destinatari delle norme che il codice etico ha introdotto, lo ha approvato.

Era dicembre 2014. Siamo a maggio 2017. Dovevano bastare sei mesi, ce ne sono voluti trenta. Ma non è questo il punto.

La formulazione finale è questa (articolo 5 comma 2):

“Il Comandante di un corpo, l’Ispettore di una Unione distrettuale o il Presidente della federazione che, nell’espletamento delle loro rispettive funzioni istituzionali, conferiscano un incarico retribuito ovvero ordinino una fornitura di beni o servizi a titolo oneroso non possono loro stessi o loro parenti o affini fino al secondo grado l’incarico o l’ordine di fornitura a meno che ciò non comporti una minore spesa complessiva per il Corpo/Unione/Federazione, da documentare mediante i confronti di prezzi o di convenienza effettuati. Sono fatte salve le attività in situazione di emergenza.”

Tradotto: il presidente che progetta caserme, l’ispettore che vende estintori, il comandante che allestisce mezzi di soccorso, possono tranquillamente continuare a ricoprire il loro ruolo apicale ed eventualmente anche auto-attribuirsi incarichi professionali o commesse di lavoro a patto che facciano un piccolo sconto.

Si tratta evidentemente di una norma, così redatta, oltre che inefficace, dannosa, perché invece di indicare incompatibilità o comportamenti da assumere in caso di conflitto di interesse, semplicemente li legittima.

La Giunta Provinciale, nella seduta del 19 maggio a.c., con delibera 789, ha approvato lo Statuto, ma ha ritenuto di non approvare il codice etico dando mandato all’assessore competente di sollecitare la Federazione ad apportare opportune modifiche.

E’ evidente che il codice etico così redatto non garantisce nulla e nessuno rispetto a potenziali conflitti di interessi e anzi di fatto lo legittima. Chiaramente un codice etico di questo tenore non può fissare il perimetro accettabile entro il quale, per esempio, individuare i nuovi vertici della Federazione. E’ necessario e a questo punto urgente che la politica e il mondo del volontariato diano chiari segnali di trasparenza e garanzia di correttezza.

All’inizio di questo lungo percorso si era consensualmente deciso di soprassedere sulla via legislativa e di promuovere un percorso “dal basso”, che coinvolgesse in prima persona la Federazione. Visti i risultati pare evidente che tale strada ha portato ad un risultato inaccettabile e pertanto pare urgente che il Consiglio Provinciale si assuma la responsabilità di fissare principi e criteri per legge.

Tanto premesso

chiedo al Presidente della Provincia e all’assessore competente

1) se non ritengano l’articolo 5 del codice etico proposto dalla commissione istituita con delibera di Giunta e approvato dall’Assemblea della Federazione palesemente inefficace dal punto di vista degli obiettivi che dovrebbe avere un codice etico, ovvero (se non altro) prevenire situazioni di conflitto di interesse;

2) quali iniziative sono state assunte al fine di sollecitare la Federazione ad apportare le opportune modifiche;

3) se non ritengano opportuno mettere in campo ogni iniziativa al fine di scongiurare il fatto che i vertici della Federazione (di prossima nomina) costituiscano e riproducano situazioni di evidente potenziale conflitto di interesse.

 

o fa, durante la sessione di bilancio nel dicembre del 2014, è stata posto all’attenzione del Consiglio Provinciale di Trento la necessità di dotare i Vigili del Fuoco e più in generale il sistema di protezione civile, di un codice etico, per regolare i casi di incompatibilità, come peraltro avviene già da molto tempo a livello nazionale (articolo 8 del DPR 76 del 2004), e per prevenire potenziali conflitti di interesse.

Inopportuno, si sostenne, che chi ricopre ruolo apicali nelle organizzazioni di volontariato, e ha dunque potere decisionale e di commissionare incarichi o affidare lavori, sia esso stesso titolare di studi professionali di progettazione, di aziende che operano nell’ambito della sicurezza e dell’antincendio.

Evidente il rischio di una, magari in buona fede, commistione di interessi. Il tema suscitò preoccupazioni da parte dell’allora vertice della Federazione e di qualche comandante ed ispettore: l’assessore Mellarini propose una mediazione, con un emendamento approvato in Consiglio che quindi fissò un percorso con obiettivi e tempi:

“Le predette strutture operative mediante codici di autoregolamentazione definiscono le modalità per evitare potenziali conflitti di interesse in capo ai propri componenti, con riferimento ad attività o valutazioni che siano direttamente o immediatamente correlate con specifici interessi del componente. I codici sono adottati entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge”

Nulla si è mosso per molti mesi. Ben di più dei sei previsti dalla norma.

In seguito alle dimissioni del Presidente della Federazione dei Vigili del Fuoco Volontari, la Giunta Provinciale, con delibera 1243 del 22 luglio 2016, ha nominato una commissione tecnica composta da tre ispettori e da tre comandanti dei VVFF volontari e coordinata da R.B dirigente in quiescenza. Tale gruppo di lavoro, dopo mesi di approfondimento e di incontri sul territorio, ha redatto una ipotesi di statuto e di codice etico.

Ad inizio maggio 2017 di quest’anno la commissione, alla presenza dell’Assessore competente, ha dunque proposto all’assemblea dei vigili del fuoco volontari un articolato di codice etico e l’assemblea della Federazione provinciale dei Vigili del Fuoco, composta dai destinatari delle norme che il codice etico ha introdotto, lo ha approvato.

Era dicembre 2014. Siamo a maggio 2017. Dovevano bastare sei mesi, ce ne sono voluti trenta. Ma non è questo il punto.

La formulazione finale è questa (articolo 5 comma 2):

“Il Comandante di un corpo, l’Ispettore di una Unione distrettuale o il Presidente della federazione che, nell’espletamento delle loro rispettive funzioni istituzionali, conferiscano un incarico retribuito ovvero ordinino una fornitura di beni o servizi a titolo oneroso non possono loro stessi o loro parenti o affini fino al secondo grado l’incarico o l’ordine di fornitura a meno che ciò non comporti una minore spesa complessiva per il Corpo/Unione/Federazione, da documentare mediante i confronti di prezzi o di convenienza effettuati. Sono fatte salve le attività in situazione di emergenza.”

Tradotto: il presidente che progetta caserme, l’ispettore che vende estintori, il comandante che allestisce mezzi di soccorso, possono tranquillamente continuare a ricoprire il loro ruolo apicale ed eventualmente anche auto-attribuirsi incarichi professionali o commesse di lavoro a patto che facciano un piccolo sconto.

Si tratta evidentemente di una norma, così redatta, oltre che inefficace, dannosa, perché invece di indicare incompatibilità o comportamenti da assumere in caso di conflitto di interesse, semplicemente li legittima.

La Giunta Provinciale, nella seduta del 19 maggio a.c., con delibera 789, ha approvato lo Statuto, ma ha ritenuto di non approvare il codice etico dando mandato all’assessore competente di sollecitare la Federazione ad apportare opportune modifiche.

E’ evidente che il codice etico così redatto non garantisce nulla e nessuno rispetto a potenziali conflitti di interessi e anzi di fatto lo legittima. Chiaramente un codice etico di questo tenore non può fissare il perimetro accettabile entro il quale, per esempio, individuare i nuovi vertici della Federazione. E’ necessario e a questo punto urgente che la politica e il mondo del volontariato diano chiari segnali di trasparenza e garanzia di correttezza.

All’inizio di questo lungo percorso si era consensualmente deciso di soprassedere sulla via legislativa e di promuovere un percorso “dal basso”, che coinvolgesse in prima persona la Federazione. Visti i risultati pare evidente che tale strada ha portato ad un risultato inaccettabile e pertanto pare urgente che il Consiglio Provinciale si assuma la responsabilità di fissare principi e criteri per legge.

 

Tanto premesso

 

chiedo al Presidente della Provincia e all’assessore competente

 

1) se non ritengano l’articolo 5 del codice etico proposto dalla commissione istituita con delibera di Giunta e approvato dall’Assemblea della Federazione palesemente inefficace dal punto di vista degli obiettivi che dovrebbe avere un codice etico, ovvero (se non altro) prevenire situazioni di conflitto di interesse;

2) quali iniziative sono state assunte al fine di sollecitare la Federazione ad apportare le opportune modifiche;

3) se non ritengano opportuno mettere in campo ogni iniziativa al fine di scongiurare il fatto che i vertici della Federazione (di prossima nomina) costituiscano e riproducano situazioni di evidente potenziale conflitto di interesse.

 

Ad esser forti con i deboli sono capaci tutti!

Salta (per ora) lo ius soli: quella norma che dovrebbe consentire a chi, pur avendo genitori stranieri, nasce e vive da sempre in Italia. Una norma che riguarda circa ottocento mila minori che qualcuno si ostina a chiamare stranieri ma che non lo sono, perché sono nati e cresciuti nel nostro Paese, insieme ai nostri figli e non hanno conosciuto un’altra Patria se non questa. Perché è importante per ognuno sapere a chi si appartiene. Permettere che vi sia una generazione di ragazzini senza Patria, senza senso di comunità, con la percezione di essere diversi, è l’esatto contrario di quello che dovremmo fare.

Ma si sa: è facile essere forti con i deboli. Chi protesterà, chi difenderà le loro ragioni? I loro diritti possono attendere……

Oggi è stata umiliata una speranza. La speranza di vedere riconosciuta la coerenza fra ciò che si è e ciò che ti viene detto che sei.

Per essere chiari: il provvedimento in discussione al Senato intendeva introdurre due nuove fattispecie per il riconoscimento della cittadinanza: il cosiddetto “ius soli temperato”, che riconosce cittadinanza a minori nati in Italia con almeno un genitore con permesso di soggiorno di lunga durata e legalmente residente in Italia da almeno cinque anni e lo “ius culturae” per il quale possono ottenere la cittadinanza i minori stranieri nati in Italia, o entrati entro il 12esimo anno, che abbiano “frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti scolastici del sistema nazionale, o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali”.

Non stiamo parlando dei “figli di domani”, quelli degli stranieri sbarcati oggi. Stiamo parlando dei “figli degli altri”, di quelli che già oggi siedono a scuola nel banco accanto ai “nostri”, che fanno merenda e giocano con i nostri figli. Sono quelli a cui abbiamo il dovere di dire che la loro percezione di essere Italiani è giusta, è vera. Che anche loro hanno una terra a cui appartengono ed è questa.

A te, caro senatore, che oggi rivendichi con orgoglio il risultato di aver fermato la norma, dico con rabbia e delusione che non vi è ragione di essere orgogliosi: non è difficile e non vi è dunque alcun merito nell’accarezzare le pance, indirizzare le vele verso dove soffia il vento. Ma forse avrai fatto i tuoi calcoli. E allora segna pure. Meno uno.

Pubblicato da: mattiacivico | 13 luglio 2017

Aiutarli a casa loro? Dieci proposte concrete

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Intervento Pubblicato da L’Adige – 13 luglio 2017

 

Aiutarli a casa loro?

Oltre gli slogan, dieci punti per una politica delle migrazioni

 

 

“Aiutarli a casa loro” e “non possiamo accoglierli tutti” sono due slogan sbagliati, che però potrebbero svelare una parte di soluzione.

“Aiutarli a casa loro”: certamente é condivisibile da tutti l’idea che ogni persona -a prescindere dal luogo in cui viene al mondo- abbia il diritto non solo di sopravvivere ma di vivere in pace, avendo le risorse necessarie per garantire una vita dignitosa per sé e per la propria famiglia.

Questo obiettivo non si raggiunge con i muri o impedendo attivamente l’arrivo di chi fugge da condizioni di vita inaccettabili per chiunque, ma mettendo in campo almeno le seguenti tre azioni concrete:

1) investire in cooperazione allo sviluppo e in azioni di supporto alla crescita economica, sociale, educativa. Bene l’idea di un nuovo “piano Marshall” per l’Africa. É tra l’altro una “Operazione giustizia” che dovrebbe essere conseguente ad una “operazione verità”: vi è una relazione molto intrecciata tra la storia dei Paesi africani e il continente europeo che andrebbe riletta e rielaborata;
2) stop alla produzione e all’export di armamenti: questo passaggio sembra banale, ma evidentemente non è per nulla semplice. Le guerre si combattono con le armi. Se il nostro Paese produce ed esporta armi, se l’Europa non inverte la tendenza in questo campo, non possiamo stupirci del costante proliferare di conflitti armati che provocano le tante morti di cui sappiamo il grande numero di migranti che fuggono che vediamo. E’ un errore pensare che produzione e esportazione di armi siano elementi che favoriscono maggiore sicurezza: è vero l’esatto contrario. L’idea poi di sostituire la politica estera con il sostegno a questa o quella parte in conflitto (esportare democrazia si diceva un tempo….) è un grave errore che nel tempo produce danni globali. Lo sappiamo bene: i conflitti sono per loro natura molto instabili e i cambi di fronte sono una prospettiva molto concreta e frequente. Il supposto “buono” che sostieni oggi domani diventerà il tuo peggior nemico. Dunque non è procrastinabile il tema della riconversione dell’industria bellica italiana e lo stop all’export di armi in Africa e Medio Oriente.
3) abbandonare il controllo economico da parte di multinazionali che di fatto impoveriscono i territori di provenienza dei migranti: vengono da Paesi che non sono poveri di risorse, ma sono, nella stragrande maggioranza dei casi, Paesi impoveriti. Paesi ex coloniali nei quali permane una presenza egemone dell’economica europea e multinazionale. Nella consapevolezza  che modelli produttivi non basati sullo sfruttamento e sulla manodopera a basso costo, comportano una ridefinizione dei nostri standard di benessere. Ma forse è proprio questa la contraddizione che si fatica ad affrontare.
Con questi tre passaggi potremo forse dire che li stiamo “aiutando a casa loro”. Senza ipocrisie.

Il secondo slogan che sovente si accompagna al primo recita: “non possiamo accoglierli tutti”.

Anche in questo caso l’affermazione, superato il fastidio iniziale, potrebbe contenere una verità, perché “tutti”, se la parola “tutti” ha ancora senso, sono 65 milioni di persone (dati Unhcr), ed è evidente che il nostro Paese non può accogliere 65 milioni di persone. Ma questa non è neppure lontanamente la prospettiva concreta e reale. La stragrande maggioranza di questi “tutti” vivono ancora nel proprio Paese e sono dunque sfollati interni o sono accolti nei Paesi limitrofi ai territori di conflitto. Per limitarsi al Medio Oriente e al conflitto siriano possiamo notare che il Libano, Paese di 4,5 milioni di abitanti, accoglie in questo momento più di 1,5 milioni di rifugiati. La Turchia quasi 2 milioni di persone. La Giordania 650 mila. In Italia attualmente accogliamo circa 200 mila richiedenti asilo.
Dunque dire “tutti” non ha senso. Anche perché il contrario di “tutti” è “nessuno”. Dobbiamo fare la nostra parte: ma qual è la nostra parte?
4) evitare i viaggi della morte. Attivare a livello europeo canali umanitari rivolti a richiedenti asilo, identificati nei Paesi di partenza. Stroncare dunque sul nascere il traffico umano, mettere in salvo chi rischia la vita, ridurre al minimo la possibilità di ingresso di persone non identificate. Se non vogliamo rassegnarci alle morti in mare e ad accogliere i superstiti (si: è questo che stiamo facendo….), dobbiamo occuparci dei percorsi che i migranti fanno per giungere sulle nostre coste: prima che accogliere, proteggere. E proteggere significa andare incontro.

5) differenziare i canali di accesso: definire regole chiare che permettano l’ingresso legale in Europa dei migranti economici. Oggi l’unico ingresso legale si ha con la richiesta d’asilo: da qui l’ingolfamento delle commissioni, i numerosi dinieghi e conseguentemente la moltitudine di persone che permangono nel nostro Paese senza titolo di soggiorno. Così facciamo un enorme regalo alla malavita che rischia di dare più opportunità della via legale.

6) potenziare a livello locale la struttura delle commissioni per la valutazione delle condizioni giuridiche dei richiedenti: non è ammissibili che vi siano tempi di attesa per il primo colloquio spesso superiori ai 12 mesi. La permanenza prolungata e inattiva in una condizione di non definizione è assistenziale e diseducativa e paradossalmente rischia di tradursi in un incentivo economico: per male che vada un anno e mezzo di supporto economico e di accoglienza non si nega a nessuno. Se i tempi fossero molto ridotti (combinato disposto con il punto presedente: differenziare i canali di accesso) sarebbe più semplice gestire accoglienze, integrazione sociale e lavorativa, eventuali rimpatri.

7) verificare il modello di accoglienza oggi in vigore in Italia e connettere le buone prassi: Sprar e accoglienza straordinaria. Dobbiamo chiederci se è funzionale il fatto che a livello nazionale le prefetture deleghino in maniera diretta a strutture private il 100% dell’accoglienza straordinaria di queste persone. A mio avviso il modello trentino del Cinformi, che con meno risorse cura tutti gli aspetti legati alla presenza di richiedenti sul territorio (corsi di lingua, assistenza legale, alloggio e vitto) in raccordo con molti soggetti privati è più funzionale in quanto non delega totalmente al privato, ma mantiene in capo al pubblico la responsabilità di accompagnare la presenza e di gestire in maniera virtuosa l’accoglienza. Investire sull’accoglienza diffusa evitando la concentrazione di grandi numeri nelle stesse località. Urgente a mio avviso pensare a modalità nuove per gestire l’accoglienza successiva al pronunciamento delle commissioni territoriali, nella cosiddetta “terza fase”, quella dell’inegrazione lavorativa e sociale.

8) permessi di soggiorno per “buona integrazione”. Dopo mesi di positiva integrazione e di investimento pubblico non possiamo permettere che buone persone, oneste, che hanno fatto un positivo percorso di relazione con la nostra comunità e che dunque sono una ricchezza per il nostro territorio, non abbiano titolo legale per permanere e che scivolino quindi in una condizione di clandestinità verso condizioni di illegalità. È attiva una campagna di raccolta firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare (che si chiama “Ero straniero”) e che affronta con efficacia questo ed altri temi cruciali. Necessario ed urgente riformare la legge Bossi-Fini.

9) non solo politica ma anche cittadinanza attiva: credo sia fondamentale mettere in evidenza le buone prassi, le positive esperienze di accoglienza ed integrazione che molto spesso vedono i comuni più piccoli o i singoli cittadini come protagonisti. E’ giusto pretendere che la politica faccia la propria parte, ma sarebbe un errore pensare che le istituzioni hanno la possibiltà di risolvere “da sole” un problema tanto complesso. Come cittadini dobbiamo credo entrare nella logica che siamo dentro un processo globale di cui possiamo essere protagonisti invece che vittime. Ognuno può fare la propria parte, a partire dalla disponibilità a informarsi oltre il fango della rete, aprendo a relazioni, cogliendo occasioni di conoscenza e di accompagnamento. Il primo passo per superare la paura dell’ignoto è renderlo meno ignoto. Non vivere i processi migratori come una minaccia passivamente subita, ma come una dinamica che interroga giustamente la stessa identità di un territorio, ma che può vedere i cittadini consapevoli e protagonisti.

10) corridoi umanitari di rientro. I rimpatri e i riaccompagnamenti non possono essere un tabù e dobbiamo pensare seriamente anche ad aiutare coloro che non hanno titolo legale per rimanere o che per le più disparate ragioni non hanno oggettivamente qui un futuro, a rivedere il proprio progetto migratorio. Riaccompagnare invece che espellere: con progetti mirati in accordo con la cooperazione internazionale, finalizzando fondi a progetti di sviluppo locale.

Questi 10 passi concreti non rendono più digeribili due slogan sbagliati, ma mettono le basi per una accoglienza più sostenibile, per rispondere ad un dovere non solo nostro ma anche nostro: in quanto esseri umani.

 

Pubblicato da: mattiacivico | 6 luglio 2017

Se il PD é un treno…..

IMG_1770.PNGPer descrivere la attuale situazione del PD è stata usata la metafora del treno in corsa che perde passeggeri. L’immagine sembrerebbe far intendere che chi l’ha usata voglia in realtà dire “fermate il treno che voglio scendere”. E abbiamo anche visto effettivamente che recentemente, più a livello nazionale che locale a dir la verità, qualcuno ha chiarito la propria collocazione, riconoscendosi in altri recenti soggetti politici.

A mio avviso è proprio questo il punto da chiarire: coloro che oggi, come ormai da anni, sostengono l’urgenza di una forma partito slegata dal nazionale sono le stesse persone che non hanno sostenuto il referendum di dicembre, che hanno invitato gli elettori a non andare alle urne o che il giorno dopo il risultato negativo hanno sparato sul capotreno. Più che aggregare forze locali per dare forza al PD nazionale, sembrano faticare nel riconoscersi nel proprio partito e non mancano di prendere le distanze dal PD nazionale.

La confederazione tra soggetti locali e partito nazionale è una possibilità prevista dallo statuto e ha come unico obiettivo quello di aggregare le realtà territoriali che si riconoscono e si impegnano a sostenere lealmente il PD nazionale.

L’operazione, per come intesa dai promotori promotori, rischia di avere direzione contraria: divisi sul nazionale e uniti sul locale. Forse perché anche i più scettici nei confronti del Partito Democratico nazionale rivestono a livello locale incarichi importanti e sembrano aver scordato il loro percorso personale che li ha portati ai più alti incarichi.

Viene tra l’altro caldeggiata e prospettata l’alleanza con formazioni politiche che si collocano a sinistra del PD proprio da chi a livello locale pareva essersi assunto il compito, per sensibilità e per percorso personale, di rappresentare quelle istanze dentro il PD. Coloro che nel 2008 sono entrati nel PD dalla porta di sinistra, rimarrebbero nel PD se questo fosse coalizzato con un soggetto alla propria sinistra? E’ nostro compito dare maggiore spazio e peso ad idee e azioni orientate al pieno riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone; agire con sempre maggiore efficacia per affermare nei fatti il principio di uguaglianza, adoperandosi con passione e incisività per contrastare discriminazioni e povertà, promuovere il buon lavoro; Non vogliamo forse pienamente assumerci il compito di essere lo spazio per contrastare il populismo e condividere con la nostra comunità soluzioni concrete per favorire uno sviluppo dal volto umano?

Sia chiaro: non sono contrario alle alleanze con uno o più soggetti che si collocano a sinistra del PD, a patto che ciò non implichi la delega a quei soggetti di temi invece centrali come la difesa di diritti delle persone e la promozione di più uguaglianza che ritengo invece debbano avere piena e sempre più ampia cittadinanza nel PD. E a patto che siano alleanze chiare non destinate a dissolversi il giorno dopo le elezioni: le alleanze vanno bene ma devono reggere alla prova dei fatti. Devono servire per governare e non solo per vincere le elezioni: devono dunque essere fondate su una base valoriale comune e su una comune visione di medio lungo periodo. Il PD in primis dunque deve sentire come propri i temi “di sinistra”. Non è sempre semplice e spesso chi lo fa concretamente sconta una certa solitudine, ma questo invita ad un maggiore impegno non certo alla diserzione!

Credo che chi rappresenta il PD nelle istituzioni non possa essere ambiguo e debba chiarire la propria posizione: il PD, come ogni partito o aggregazione politica, è una comunità di cittadini che hanno il diritto di sapere se coloro che la rappresentano si riconoscono ancora in questa comunità.

Il PD non può dunque essere sotto ricatto. Per tenere unito il partito non basta attribuire incarichi a chi sta sulla soglia. questa strategia non porta da nessuna parte! Dobbiamo evidentemente dare un segnale chiaro: per usare una espressione cara un tempo al segretario Bersani, ci vuole un richiamo forte a lavorare “per la ditta”, nella consapevolezza che è il perimetro di una comunità che merita rispetto e ogni sforzo affinché sia sempre più luogo di confronto e costruzione di proposte politiche condivise e necessarie. Per farlo dobbiamo evidentemente da un lato ricucire il rapporto con chi oggi è in generale deluso dalla politica e non riconosce nello stare insieme nella forma partito lo strumento per costruire le soluzioni ai problemi che ci sono. Io credo che i partiti siano ancora oggi l’unico strumento per organizzarsi tra cittadini e in particolare credo che il PD sia ancora oggi lo spazio per lavorare per il bene comune, a patto che si recuperi il senso di comunità, dello stare insieme superando le ambizioni personali a favore di un progetto comune.

Sono pertanto contrario a sciogliere il PD del Trentino in un soggetto territoriale, soprattutto se questo vuole essere uno strumento per avere le mani libere a livello nazionale. Men che meno sono favorevole a rinunciare al simbolo che significa con chiarezza una appartenenza a cui la nostra comunità politica fa riferimento.

Sono favorevole invece ad un dibattito sulla coalizione provinciale, che ha evidente bisogno di rilancio, per ribadire programmi e valori sui quali fondare una proposta politica chiara in vista del 2018. Anche aprendo un dibattito con i soggetti civici o più immediatamente vicini alla nostra coalizione. Senza dimenticare che abbiamo il compito primo di valorizzare più convintamente i soggetti che sono già nella coalizione, come per esempio i “Verdi e democratici del Trentino, che non sono rappresentati in consiglio provinciale e che siedono all’opposizione in Consiglio regionale. Questione locale e questione nazionale sono dunque legate come sono legati i binari di un treno. I binari son due, corrono paralleli e individuano un unico percorso. Divergere e avvallare operazioni di strabismo politico, rischia di far deragliare il treno.

 

L’onore di rappresentare il PD richiede l’ònere della chiarezza.

Pubblicato da: mattiacivico | 28 giugno 2017

A Strasburgo per i Corridoi Umanitari

IMG_1742.JPGPresentati a Strasburgo, al Consiglio d’Europa, l’esperienza dei Corridoi Umanitari e il caso di Trento.

Martedì 27 giugno Il consigliere provinciale Mattia Civico ha presentato al Consiglio d’Europa il modello dei Corridoi Umanitari e ha raccontato l’esperienza di Trento. “I siriani profughi in Libano sono 1,5 milioni su 4,5 milioni di abitanti. La situazione é davvero insostenibile da tutti i punti di vista: sociale, sanitario, educativo, del riconoscimento dei fondamentali diritti umani. Abbiamo conosciuto Badheea e la sua famiglia (9 figli, 20 nipoti molti dei quali molto piccoli) e abbiamo appreso della loro intenzione di prendere i barconi. Con i volontari di Operazione Colomba (presenti nel campo di Tel Abbas da tre anni) ci siamo chiesti non solo cosa sarebbe stato di loro, ma anche che stava accadendo a noi, alla nostra stessa umanità, in grado di assistere inerme a quelle immani tragedie. Con la Comunità di Sant’Egidio abbiamo costruito una alternativa, una strada nuova.
A fine anno saranno 2.000 le persone messe in salvo e in sicurezza con i corridoi umanitari.
Il 17 dicembre 2015 a Roma si é firmato il protocollo con il Governo e il giorno dopo il Consiglio Provinciale di Trento ha approvato un ordine del giorno di sostegno e di disponibilità all’accoglienza. Il corridoio umanitario é davvero l’alternativa ai trafficanti di uomini e alle morti in mare. Ci permette di accogliere non solo i superstiti, ma di mettere in salvo delle vite, di andare loro incontro, di conoscere prima del loro arrivo i migranti, di preparare le comunità all’accoglienza. In questo senso a Trento si é costruita una alleanza virtuosa tra istituzioni laiche e religiose, tra Provincia e Diocesi, associazioni, volontari, comunità locali.
L’accoglienza così gestita può essere davvero non solo una fatica ma un incontro positivo e arricchente. Che può dare speranza. Badheea racconta la sua storia nel libro edito dalla casa editrice Il Margine -Badheea, dalla Siria in Italia con il corridoio umanitario- e riguardo al suo arrivo a Trento scrive: “Quando arrivammo a Trento c’erano le persone in strada ad aspettarci per fare festa. Erano quattro anni che non vedevo un letto e quattro anni che non vedevo un bagno. E finalmente potevo addormentarmi senza avere paura. Qualcuno era stato con me, qualcuno mi stava aspettando, qualcuno mi aveva preparato un posto. Ecco cosa é la Speranza: sapere che qualcuno é con te, ti aspetta e ti prepara un posto.”

 

L’incontro é stato introdotto dall’on. Michele Nicoletti, presidente della delegazione italiana e capogruppo dei socialisti, che ha sottolineato come sia oggi un dovere percorrere e sostenere strade nuove, che mettano al centro la dignità delle persone. “Prima che profughi sono persone e l’Europa ha il dovere di ascoltarne il loro grido.”
L’onorevole Gabriella Battaini Dragoni, vicepresidente del Consiglio d’Europa, ha riconosciuto all’esperienza dei Corridoi una grande valenza sotto il profilo umanitario e ha richiamato alla necessità di conoscere e diffondere questa esperienza, modello virtuoso basato sull’attivazione e l’accoglienza da parte delle comunità locali.
Ê intervenuto Aeham Ahmad, rifugiato siriano in Germania e noto alle cronache come il “pianista di Yarmuk” che ha raccontato la sua storia.
L’onorevole Milena Santerini, relatrice generale sulla lotta contro razzismo e intolleranza, ha auspicato l’adozione di questo modello da pare di altre realtà europee. Il professore Paolo Morozzo della Rocca, docente di diritto ad Urbino, ha illustrato il progetto dei Corridoi Umanitari mettendo in luce gli aspetti giuridici dello strumento.

mattia in aulaOggi il Consiglio Provinciale ha approvato il testo unificato che istituisce le figure di garante dei detenuti e dei minori.

Grazie ai colleghi che sono intervenuti in questa discussione generale, dai toni pacati e dai contenuti importanti: a volte punti di vista diversi non sono totalmente inconciliabili, specie se si assume il punto di vista delle comunità e non quello delle appartenenze, che a volte ci spingono alla inutile ideologizzazione dei temi.
Esprimo intanto soddisfazione per il dibattito che c’è stato e rinnovo il ringraziamento per i contributi fin qui espressi. Su una cosa credo possiamo essere tutti d’accordo: il carcere, il carcere di Trento, la casa circondariale, non è un corpo estraneo alla nostra comunità: è un contenitore collocato dentro la nostra comunità e le persone che a vario titolo operano e vivono dentro quelle mura sono appartenenti alla nostra comunità. Questa mi pare una base di partenza che può essere la base comune. Erto abbiamo punti di vista e sensibilità differenti: magari uno enfatizza più l’attenzione ai detenenti, l’altro più l’attenzione ai detenuti, l’altro più gli aspetti sanitari, gli altri più la funzione rieducativa della pena, altri ancora quella più restrittiva di sicurezza o di risarcimento nei confronti delle vittime. Però nell’esprimere questi punti di vista differenti sostanzialmente abbiamo detto, insieme, una cosa: che quel carcere è parte della nostra comunità e che quel contenuto ci riguarda.
Quindi detenuti e detenenti, certamente. Ricordandoci, l’ho detto in premessa – l’ho detto nella parte di ragionamento che va a fondamento della presentazione del disegno di legge – che mai nessuno ha pensato che il Garante dei detenuti potesse essere una funzione contro qualcuno. Non è mai contro qualcuno, ma è a favore del pieno riconoscimento dei diritti, nella consapevolezza che il pieno riconoscimento dei diritti fa fare percorsi positivi alle persone e che, pertanto, migliora anche il clima interno, anche il clima lavorativo dei detenenti e di chi ha responsabilità educative, trattamentali, sanitarie, di controllo, di accompagnamento e di sorveglianza.
Qualcuno ha enfatizzato maggiormente il tema del sovraffollamento e il tema della carenza di personale. Io vorrei dire una cosa, molto chiaramente: c’è stato un periodo in cui i direttori del carcere di Trento erano sempre direttori a scavalco, c’è stato un periodo in cui non avevamo un direttore del carcere. In quello stesso periodo avevamo lo stesso problema di oggi: sovraffollamento e personale sotto organico. In quella stagione il Consiglio provinciale ha approvato un ordine del giorno, a prima firma del sottoscritto, per chiedere il pieno rispetto del protocollo sottoscritto tra Stato e Regione. Questa non è una battaglia di parte, è e deve essere una battaglia di tutto il Consiglio provinciale. Che il Consiglio provinciale chieda al Governo, allo Stato, il pieno rispetto dei protocolli sottoscritti deve essere una battaglia comune.
Detto questo, io però aggiungo che questo non basta. Non possiamo fermarci a questo, perché non è sufficiente il rispetto dei numeri e il rispetto degli organici, perché poi quello che succede nelle istituzioni totali – e succede in tutte le istituzioni totali – è che detenuti e detenenti giocano ruoli differenti. È evidente. Noi qui oggi diciamo che sono la stessa comunità carceraria. va bene: diciamocelo, se serve a dirci che sono parte della nostra comunità, ma diciamo anche che detenuti e detenenti hanno ruoli diversi. Diciamo anche che il ruolo dei detenenti e quindi della struttura trattamentale, dell’amministrazione, degli agenti, non è solo quella del controllo, ma è anche quella della promozione di percorsi positivi. Perché la cosa che a noi deve interessare, più di tutte, è che, scontata la pena, non escano delinquenti più delinquenti di quelli che sono entrati, ma escano persone che hanno fatto un percorso di senso, che possano avere scoperto, o riscoperto, che è possibile vivere all’interno della comunità rispettando il patto di legalità. Questo è l’obiettivo, anche della detenzione, altrimenti, se noi ci scordiamo questo, non ha senso la detenzione. Altrimenti il carcere rischia di essere la fabbrica dei delinquenti. È un paradosso. Un paradosso in cui dobbiamo provare a stare.
Io penso che una figura come il Garante dei detenuti non sia la panacea universale. Non è la soluzione a tutti i problemi, ma è la concretizzazione del nostro interesse nei confronti del carcere. Il Consiglio provinciale si dà uno strumento per dire che quel carcere è parte della nostra comunità e a noi interessa sapere che cosa succede là dentro. A noi interessa sostenere le buone risorse, le buone intenzioni, il buon operato di chi ci lavora. A noi interessa promuovere percorsi di crescita, di emancipazione e di ritorno alla legalità di quelli che sono detenuti.
Per fare questo, dobbiamo dimostrare tutti i giorni che lo Stato è più affidabile della malavita. Questo è il punto: noi dobbiamo essere più desiderabili della malavita organizzata e, per farlo, dobbiamo saper rispettare la dignità, i percorsi e le condizioni povertà e fragilità delle persone. Le giudica il giudice, ma una volta emessa una sentenza il giudizio sulle persone va superato nella vicinanza e nell’accompagnamento verso percorsi di riscatto. Se non facciamo questo, saremo inevitabilmente sommersi dalle questioni della recidiva.
Il carcere non sempre è un luogo in cui i diritti fondamentali vengono pienamente rispettati. Questo non venga vissuto come un’accusa a qualcuno, ma è nella natura degli istituti totali il rischio che questi comprimano fortemente i diritti personali delle persone che lì vivono. Questo non perché ci sono delle guardie cattive, non perché c’è un direttore cattivo e perché tutti gli altri sono buoni, ma perché è nella natura delle istituzioni totali restringere il campo dei diritti personali. È la natura delle istituzioni totali. Altrimenti non si spiegherebbero alcuni dati che a livello nazionale sono preoccupanti. Ci sono dei dati anche locali, ma siccome siamo dentro un panorama nazionale, iniziamo da quelli nazionali.
Qualcuno ha detto che in carcere ci sono i delinquenti, ma ci sono anche quelli in attesa di giudizio e il nostro ordinamento garantisce il fatto che fino a sentenza definitiva una persona non possa essere dichiarata un delinquente. Ci sono anche quelli in attesa di primo giudizio. La popolazione carceraria dunque non è solo composta da delinquenti patentati e definitivi, c’è una popolazione composta in vario modo.
Non è una scusante per nessuno, ma le ragioni per cui si può arrivare a delinquere possono essere molteplici. A volte sono cause determinate da appartenenza a contesti sociali di povertà, di arretratezza culturale, che evidentemente vanno colmati. La detenzione, oltre che essere l’esecuzione della giusta sentenza, può essere anche una straordinaria occasione per colmare quel vuoto che ha fatto deviare i percorsi delle persone verso l’illegalità, con tutte le responsabilità personali e individuali che le persone devono assumersi.
Se noi non ci mettiamo in ascolto di quello che là dentro succede, rischiamo che rimanga soltanto una voce possibile per i detenuti, che è quella degli atti di autolesionismo, che è quella dei suicidi. Questo è un altro dato che non possiamo non considerare. Se non diamo un segnale di ascolto a quella popolazione, il loro modo, il modo di comunicare di persone che non hanno la possibilità di interloquire con l’esterno, è quello di fare del proprio corpo la parola per urlare la propria condizione di malessere. Questo succede a livello nazionale e succede anche a livello locale.
Sono circa 30-40 ogni anno gli atti di autolesionismo grave che avvengono, nel nostro carcere di Trento. Io spero che con un contributo, anche da parte nostra, di maggior ascolto e di rapporto più costante con quella popolazione, riusciremo forse a trovare altre strade per dialogare e comunicare.
Nel ringraziare la prima commissione, la giunta, il gruppo consiliare, la conferenza dei capigruppo, vorrei simbolicamente consegnare questa norma a detenuti e detenenti, a operatori e volontari che operano in carcere perché questa norma é per loro. E se mi é permesso, vorrei dedicare questo sforzo che ci ha portato fin qui ad una persona che detenuti e detenenti hanno insieme amato: padre Fabrizio Forti.

Pubblicato da: mattiacivico | 5 maggio 2017

8 maggio: NONVIOLENZA dialogo con Moni Ovadia, Hafez e Kappa

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Credo che questo appuntamento sia una bella occasione di riflessione sul tema della nonviolenza, ma anche di rilancio della urgente necessità di ritrovarci in cammino.

Accanto allo smarrimento che viviamo per un mondo sempre più ferito e violento, vi sono esperienze concrete ed efficaci che possiamo conoscere e sostenere. E a cui attivamene possiamo partecipare.

Ho pensato di “apparecchiare” questo incontro perché ho conosciuto recentemente Hafez in Palestina e sono rimasto colpito dalla sua persona e ancor più dalla sua scelta, fatta molti anni fa e vissuta con coerenza: quella di difendere la propria terra e la propria comunità con gli strumenti della nonviolenza. Ho conosciuto i volontari di Operazione Colomba che stanno con lui e la sua comunità da più di 15 anni. Ho conosciuto tra gli altri un ragazzo che da anni viene scortato dai volontari lungo il percorso che deve fare per andare a scuola: ora va all’università.

La violenza é raccontata tutti i giorni con impressionante realismo e crudezza. E cresce via via il senso di impotenza. Forse quello che possiamo fare é prestare ascolto e dare spazio ad una concreta alternativa.

Abbiamo chiesto a Moni Ovadia di ascoltare Hafez e Alberto con noi e di aiutarci nella riflessione.

L’incontro é reso possibile grazie ad Operazione Colomba e alla attiva e convinta adesione dell’assessora Sara Ferrari. Sostiene anche il Forum della Pace.

Ti aspetto dunque.

 

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