Pubblicato da: mattiacivico | 1 ottobre 2008

Un Trentino nonviolento

Mi è arrivata, come penso a tutti i candidati alle prossime elezioni provinciali, la richiesta di prendere posizione circa la vicenda Caserme a Mattarello. Non posso farlo semplicemente barrando con un si o un no il questionario che mi è stato mandato. Gli organizzatori me ne scuseranno. La questione mi sta molto a cuore e non voglio che il tutto si risolva in una statistica del giorno dopo, in una tabella giornalistica che divide buoni, cattivi e tiepidi. Quindici anni fa, durante la guerra in Bosnia, era a Padova a studiare psicologia. A pochi passi dalla facoltà, in pieno centro storico, c’era la sede dei Beati i Costruttori di Pace di don Albino Bizzotto. Iniziai a frequentare quella sede piccola e polverosa e maturai la convinzione che di fronte a quella guerra come a tutte le guerre non si può (ed io non potevo) stare a guardare. Feci lo zaino, mi procurai un pass da giornalista e iniziai a volare frequentemente verso Sarajevo per portare la posta che da ogni parte del mondo arrivava nella nostra sede di Padova. Arrivammo a trasportare ottomila lettere a settimana. Vidi quello che penso si vede in ogni guerra. Tanti come me e molto più di me si spesero per contrastare la violenza e porre una esperienza di pace anche in mezzo a quel baratro. Devo dire la verità: vidi anche i nostri militari italiani impegnati nella bonifica degli spazi dalle mine anti-uomo, li vidi vicini alla popolazione collaborare per sostenere le fatiche dei civili. Non credo dunque di avere una visione ideologica della questione. Qui non si tratta di dire se si è pacifisti o no. Si tratta credo molto più seriamente di constatare che la risoluzione delle controversie internazionali richiede un approccio se non alternativo quantomeno integrato al modello oggi prevalente. Quello che mi impressiona quindi della vicenda “Caserme di Mattarello” non è l’aspetto urbanistico: è evidente il vantaggio nella permuta fra terreni di periferia con spazi urbani restituiti alla città. Quello che mi preoccupa è da un lato l’aspetto legato al “consumo di territorio” e alla cementificazione di zone agricole preziose dal punto di vista dell’equilibrio ambientale. Ma soprattutto mi impressiona la quantità di risorse economiche destinate alla realizzazione di quest’opera. Sono convinto che se vogliamo costruire una comunità capace di relazioni positive e di pace, dobbiamo investire molto e di più nell’”addestramento” dei cittadini alla gestione e risoluzione dei conflitti in maniera nonviolenta. Sono competenze di cui la nostra comunità ha bisogno: la capacità di trovare strade sempre nuove per ricomporre le divisioni, di allenare la speranza e la curiosità verso gli altri, coltivare la fiducia al posto della paura, crescere nella capacità di affermare un sistema di regole in cui tutti hanno medesime opportunità e doveri. Di fronte all’incertezza come di fronte alla violenza non è sufficiente la forza. Quest’ultima va accompagnata da qualità meno visibili, meno immediate, ma più profonde e più stabili. Il Trentino autonomo invece che inseguire il modello prevalente potrebbe dunque offrire una strada alternativa: quella della diplomazia popolare e della nonviolenza. Potrebbe impegnarsi nella formazione e promozione dei Corpi Civili di Pace, riconoscendo e accogliendo l’esperienza umana e politica di quei volontari, patrimonio prezioso per tutta la nostra comunità. Dico si alla prospettiva di un Trentino che sceglie la nonviolenza.

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