Pubblicato da: mattiacivico | 24 giugno 2015

Diario dal Libano 3: se i piedi camminano accanto

piedi bedninda Il Trentino – 25 giugno 2015

Il campo profughi siriano  di Telabbas, all’estremo nord del Libano, non è molto grande. Vi abitano una decina di famiglie tutte provenienti da Homs, città siriana a pochi chilometri da qui.

Chi è riuscito a fuggire e a salvare la propria vita ha varcato il confine. Molti sono imparentati tra loro, alcuni sono invece semplicemente vecchi vicini di casa. Nel campo regna un clima di amicizia e solidarietà reciproca. Il loro presente è sospeso in questo spazio. Si stanno vicini, si aiutano, condividono il niente che hanno.

I volontari dell’Operazione Colomba, che vivono qui con loro da circa un anno e mezzo, sono a tutti gli effetti parte del campo. Al tramonto, dopo il digiuno del Ramadan, è l’occasione per trovarsi, seduti in cerchio a raccontarsi. Durante il giorno le occasioni sono in questo periodo meno frequenti: molti, per il caldo, la sete e la fame, rimangono nelle loro tende e preferiscono parlare poco. è l’occasione per fare visita ai campi vicini, per dare concretezza a quel paziente lavoro di costruzione di ponti e relazioni.

Incontriamo Muhandis: è anziano e malato. Ha il volto segnato dalle rughe, ma gli occhi sono vivaci e pieni di speranza. Guarirà, a Dio piacendo. Parliamo del Corano, del fatto che vi sono espliciti e chiari riferimenti di condanna ad ogni forma di violenza. Mi parla con rispetto e ammirazione di Gesù, profeta che ha preceduto Maometto e di Maria. Me lo dice, penso, per stabilire una vicinanza, una forma di parentela nella fede. Impressiona sentirlo parlare. Non ha nulla, è malato. Potrebbe essere arrabbiato ed invece il suo parlare è denso di mitezza e di speranza. Di capacità di affidarsi.

Nella tenda accanto vive Umm Rabia. Il suo bambino da un anno e mezzo ha la febbre e ora non parla più. Le gambe non lo reggono in piedi e riesce ormai a bere solo mediante una siringa. I soldi per un dottore non ci sono. I volontari dell’Operazione Colomba hanno trovato una pediatra finalmente disponibile a visitarlo. Il problema saranno le medicine ed i soldi per comprarle. Tiene in braccio il figlio, lo culla e lo accarezza senza sosta.

Prendiamo un “Service”, una specie di taxi collettivo, e raggiungiamo Bebnine, a circa mezz’ora di distanza. Un altro piccolo campo siriano, accanto ai terreni coltivati. Entriamo nella tenda di Mariam. Ha tre figli, di cui due piccoli ed entrambi malati di talassemia. Ogni mese hanno bisogno di trasfusioni, ma devono procurarsi loro i donatori. Hanno il mio stesso gruppo sanguigno, ma ora non serve. Servirà il mese prossimo. Le medicine anche per loro sono un lusso che non si possono permettere. Mariam si commuove raccontando di un ragazzo di dodici anni, con la stessa malattia, morto recentemente. Ci mostra la sua fotografia. Sa che il destino dei suoi figli, se nulla cambierà, sarà il medesimo. Non ha notizie del marito, rinchiuso in un carcere di Damasco da più di tre anni. La Croce Rossa Internazionale sta cercando di scoprire se è ancora vivo, anche se a questo punto è improbabile. Potrebbe partire, far curare i figli in Europa. Ma vuole prima sapere se il marito tornerà. E così è intrappolata tra la speranza di rivedere il marito e l’angoscia per la salute dei figli. Ogni giorno che passa aumentano le probabilità di perdere tutti.

Raggiungiamo a piedi il campo “quattrocento tende”. Dalla cima della collina, oltre il minareto, si vede il mare e a nord le colline della Siria. Lì era casa loro. Lì sognano di tornare un giorno. Non sognano l’Europa, come qualcuno vorrebbe farci credere: sognano casa loro. Il campo è affollato e le tende sono una attaccata all’altra. Lo spazio centrale è come un viale su cui si affacciano tutti gli ingressi delle tende. In questo campo è nata il mese scorso Haura, terza figlia di due giovani genitori di ventisei anni. Vivono insieme alla nonna in uno spazio che misura poco più di dieci metri quadri. Hanno costruito con alcuni legni di recupero una piccola culla. Impossibile non associarla a quella che potrebbe essere la mangiatoia di un attualissimo Natale. I loro volti sono raggianti, pieni di gioia. E la loro espressione stride con il contesto in cui devono vivere. Giornata densa di incontri, di racconti che si fa fatica ad immaginare possibili.

Ad ogni visita l’accoglienza riservata ai volontari della Operazione Colomba è il segno di una amicizia profonda. Sembra che tutti dicano: “grazie per la vostra visita: non siamo soli”. Essere nei pensieri di qualcuno, sapere che le proprie angosce hanno spazio presso li cuore di qualcun altro è un sollievo che nessun intervento materiale può regalare. E la ricchezza dell’Operazione Colomba sta tutta qui: condividere la loro povertà, incrociare il proprio destino al loro.

Il muezzin intona la preghiera della sera e sul campo di Telabbas torna la calma. Guardo i miei piedi, pieni di polvere e affaticati dal cammino. Penso però che oggi siano stati dove dovevano stare. Di pace si può parlare, teorizzare. Si possono scrivere versi e anche inventare slogan efficaci. Ma alla fine, non sono forse i nostri piedi a raccontarci da che parte stiamo? I piedi dei volontari dell’Operazione Colomba sono concreti e stanno davvero accanto ad altri piedi affaticati, sofferenti, abbandonati. Ogni giorno, e non solo in Libano. In Palestina, in Colombia, in Albania.

Un giorno, quando i loro figli chiederanno “nel tempo delle guerre e delle ingiustizie, tu da che parte stavi?”, loro potranno raccontare di dove hanno messo i loro piedi.

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