Pubblicato da: mattiacivico | 24 giugno 2015

Il Tempo sospeso nel campo di Telabbas / Diario dal Libano 2

Bedninda Il Trentino – 24 giugno 2015
Il sole entra presto nella tenda e con il sole entra anche il caldo. Il campo profughi di Telabbas, nella regione di Akkar nel Libano del nord, è ancora in silenzio. I ritmi di vita tipici del tempo del Ramadan, scanditi dal digiuno, prolungano la veglia dopo il tramonto e consigliano di posticipare il più possibile il risveglio: la giornata sarà lunga.
I volontari dell’Operazione Colomba, che vivono con loro oramai da quasi più di un anno e mezzo, ne approfittano per dedicare il tempo alla meditazione e alla programmazione della settimana. Riflettono insieme sul significato della loro presenza, su come vivere qui dando forza e concretezza alla nonviolenza, come resistere alla tentazione di abituarsi ad una quotidianità che è profondamente ingiusta e disumana.
In effetti tutti qui nel campo si sforzano di vivere questa condizione con normalità, cercando momenti di leggerezza, di scambio sereno: i bambini giocano, gli adulti parlano tra loro, curano la casa, si riposano, si distraggono come possono. Questo tempo sospeso, in questo non luogo, rischia di essere la loro quotidiana realtà per troppo tempo. Ma, è importante non dimenticarselo, non vi è nulla di normale e di giusto in questo presente. Bisognerà fare di tutto affinché duri il meno possibile. E sarà comunque troppo.
La presenza dei volontari dell’Operazione Colomba garantisce una forma di protezione da chi anche qui in Libano non li vuole, li vorrebbe lontani, in un altro posto, altrove. In questo purtroppo il mondo di assomiglia un po’ ovunque.
Costruiscono quindi ponti di relazioni e di conoscenza tra il campo e l’esterno, tra musulmani e minoranza cristiana, tra sciiti, sunniti e alauiti. Lo fanno con la disponibilità ad ascoltare, a sedersi nelle loro tende, a ricostruire i legami che la violenza della guerra ha spezzato. Sembra impercettibile, ma lavorano di fino. E con intenzionalità consapevole. La loro sicurezza e la sicurezza degli abitanti del campo dipende tutta dalla loro capacità di avere buone relazioni e di sviluppare conoscenza tra le parti. Non c’é altra sicurezza possibile, se non quella delle relazioni. Principio interessante, penso, che potremmo mutuare un po’ più spesso anche dalle nostre parti.
I profughi siriani sono preoccupati: il loro documento personale, rilasciato dall’Unhcr (L’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite) sta scadendo. E se scade perdono ogni aiuto. Per rinnovarlo dovrebbero andare a Tripoli, che dista 40 chilometri a sud. Ma per andare raggiungere Tripoli hanno bisogno del visto che ora il Libano fa pagare 200 dollari a semestre. E pretende un atto notarile che certifichi che non lavorano. Senza visto, il rischio di essere arrestati ad uno dei tanti posti di blocco è concreto. Bloccati nel campo con la prospettiva di perdere anche quel nulla che hanno.

Con la mediazione dell’Operazione Colomba ottengono un incontro al campo di un funzionario dell’Unhcr che li intervista uno ad uno, si segna tutti i loro nomi. Promette un interessamento. Si rende conto che non potranno mai raggiungere Tripoli. Qualche speranza di risolvere il problema c’é.
Pomeriggio con Corrado e Silvia andiamo a trovare Abutalal. Ha avuto un ictus da poco e ora sta facendo un po’ di riabilitazione grazie ad una volontaria che vive qui vicino. Ha dovuto pagare molti soldi per l’intervento chirurgico e ora le medicine di cui avrebbe urgente bisogno costano troppo. I suoi tre figli sono ancora in Siria, del quarto non ha notizie da tre anni e mezzo. Potrebbe essere in una galera di Damasco, ma dispera oramai di riaverlo vivo.

Si avvicina l’ora del tramonto. La preghiera del Muezzin segnala che il digiuno è finito.  Siamo invitati a condividere la cena. In cerchio. Si parla, si mangia, si fuma il narghilè. I bambini corrono intorno ad attirare la nostra attenzione. Mi prendono in giro per come mangio, maldestro nell’indecisione se usare le posate o il loro pane.
Parrebbe una serata normale. Ma non è normale sapere queste persone sospese, in un limbo indefinito, ostaggi della guerra e degli egoismi. Non è proprio normale.

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