Pubblicato da: mattiacivico | 20 novembre 2015

Posso dire di sì anche a nome tuo?

imageAncora Telabbas, ancora Libano. Con un gruppo di famiglie profughe siriane, al confine con la Siria, nella regione dell’Akkar dove giorno dopo giorno oramai da tre anni un gruppo di italiani sta condividendo la loro sorte. Semplicemente stanno con loro. Sono i volontari dell’Operazione Colomba, corpo civile di pace. Tra loro anche Marta, di Rovereto. La prima volta ci venni a giugno proprio per conoscerli e anche per dire a lei e ai suoi compagni la mia gratitudine per ciò che stavano facendo. Una esperienza di generosità e di impegno per la pace molto forte. Concreto. Volevo fosse un po’ anche a nome mio.
Qui, fra queste tende di plastica, sdraiato accanto ad AbuRabia e alla sua famiglia riesco a pensare meglio.
Penso alla violenza che ci sta inghiottendo. Come un pozzo nero senza fondo a cui ci ostiniamo a rimanere affacciati. Più diamo spazio alla violenza, più ci affacciamo al suo pozzo, più questa ci inghiotte e occupa la nostra vita, i nostri pensieri. Spesso ha la forma della paura astratta, indefinita. Paura di chi passa accanto, di chi non conosciamo, di un fantasma. I volontari che sono qui ogni giorno riempiono quel buco nero astratto con la concretezza dei loro gesti. Non li inghiotte la paura, non si cibano di violenza. Riempiono il vuoto che c’é con la vicinanza, la conoscenza.
La paura che dopo Parigi e Beirut si é fatta più presente nella vita di ognuno crea distanze, ci rende più sospettosi, allontana da ciò che non conosciamo. Modifica progetti e pensieri. Non andiamo dove dovremmo, accettiamo un’idea di sicurezza che di fatto restringe i nostri orizzonti. Così quel buco nero diventa più grande e rischia di inghiottirci tutti. Così ci perderemo. E avremo sempre e solo risposte che alimentano la logica della guerra.
Ci vuole allora oggi una forza uguale e contraria, che possa chiudere gli spazi alla paura, riempire il buco e il vuoto della violenza. Questa forza si chiama nonviolenza. Quella che ci fa incontrare, accogliere, conoscere. Quella che rifiuta la paura e accoglie la speranza.
Viene in mente l’invito di Alex Langer a mettersi sulle spalle come san Cristoforo anche noi il nostro bambino. Assumerci ognuno il compito di portare un bambino al di là del fiume. Metaforicamente, ma anche molto concretamente. Sconfiggere la paura e l’odio con l’incontro è l’amore. Dirigere i nostri passi sui sentieri che ci portano a conoscere l’altro. Scendere dal cavallo su cui ci siamo messi, per dividere il nostro mantello. Dobbiamo tornare sulle strade che costruiscono pace, disertando i linguaggi e i pensieri di ostilità e sospetto. Raccogliamo anche oggi l’invito che don Tonino Bello rivolse a tutti nei giorni della guerra in Bosnia: In piedi, costruttori di pace! C’é il bisogno urgente di riprendere quel cammino, come singoli e come comunità. Molti fanno, camminano, incontrano. E sono persone preziose a cui però non possiamo delegare il compito di costruire pace. Ognuno di noi, nel quotidiano che vive, può essere costruttore di pace.

Le famiglie che sono qui al campo non hanno un futuro e non hanno un destino. Non hanno più casa e non sanno cosa fare. La disperazione é costante. Mi chiedono se l’Europa li accoglierà, se anche loro come me hanno diritto a vivere in pace. Se anche loro come me hanno diritto di far studiare i loro figli. Cosa posso rispondere? Posso rispondere di sì? Anche a nome tuo? Perché dire di no quando li guardi negli occhi e conosci la loro storia, quando hanno un nome e hai preso in braccio i loro figli semplicemente non si può. Sarebbe come nutrire quel buco nero che ci inghiottirà tutti.


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