Pubblicato da: mattiacivico | 18 febbraio 2017

La lettera al cielo ora é per te

img_9852Ci ha lasciati Gigi Ontanetti. Volontario dei Beati i Costruttori di Pace a Sarajevo, negli anni 90, durante la guerra in ex Jugoslavia. Fece il “permanente”….. abitava con altri volontari nella Sarajevo assediata. Portava la posta, rompendo l’assedio, faceva la fila per il pane e l’acqua, era sul ponte Vrbanja insieme a Moreno. E ne ha riportato la salma a casa. Durante quel tragico viaggio, la sua lettera al cielo. Che qui riporto.

Ora la lettera é per te.  Buon viaggio.

Firenze, 7/10/93
Una lettera al cielo per Moreno.
Devo parlarti con la lingua degli uomini perché mentre tu ora stai viaggiando per le strade dell’Universo, noi siamo ancora qui su questo lembo di Creato chiamato Terra.
Non conosco la lingua del cielo e non so se ne esista una in particolare, nell’ascoltare quindi, abbi un po’ di pazienza.
Da quando, domenica scorsa hai lasciato questo pezzo di Creato, sono accadute più cose e anche le riflessioni sono molto disparate e contrastanti. Però, a parer mio, devono in un qualche modo, aiutare tutti a capire meglio cosa poter fare da oggi in avanti per contribuire a far sì che almeno questa guerra in terra della ex Jugoslavia abbia a finire e si trovi una via diplomatica, pacifica e giusta per le popolazioni che la abitano.
Ti parlo così, mio buon amico e compagno Moreno, con un linguaggio semplice che in fondo in fondo è il mio, è il tuo ed è il linguaggio dei tanti “senza potere e senza diritto” che non hanno strumenti per poter incidere seriamente sulle politiche nazionali e internazionali affinché la giustizia, la libertà, la dignità di ogni singolo e delle popolazioni vengano rispettate. Ti parlo così perché noi non abbiamo niente da nascondere, niente da rimetterci se non noi stessi, le nostre idee, i nostri progetti.
Quella millesima esperienza, milionesimo tentativo di aiutare, in un qualche modo, la gente, i popoli, i governanti a smuoversi, a non stare ad attendere che qualcuno a nome di tanti, continui ad avere il potere di decidere se fare o non fare la guerra, come farla o non farla; questo miliardesimo tentativo nel corso della storia, ha radici lontane. Credo che anche ai tempi delle crociate qualcuno di cui nessuno ha mai parlato, di cui nessuno mai parlerà “ha tentato” e qualcuno accanto magari, altrettanto non potente, altrettanto non conosciuto, si è mosso e ha cominciato a riflettere diversamente.
Oggi come ieri, sappiamo bene che l’economia mondiale è il motivo di fondo per il quale si cercano equilibri e assetti, dichiarando guerre. Guerre combattute dalla gente semplice che oltre a essere sfruttata in tempo di pace, viene trattata come carne da macello, forme bestiali e disumane che escludono volutamente e a priori la capacità del discernimento sminuendo il senso etico, morale e ancor di più, non facendo leva su tutte le facoltà umane che pongono alla base il rispetto reciproco del “diritto” anche in uno scontro. Sapevamo benissimo che quel gesto come le veglie, le lotte anche più forti, certo, le lotte nonviolente, se prese una ad una non hanno il potere contrattuale che hanno i governi e le banche.
Molti chiedono se avevamo valutato il potere contrattuale e il nostro rapporto con i mass media, e, visto che sapevamo, anche il rischio che andavamo a correre. Perché? Perché? Sai, mio buon amico e compagno Moreno… c’è chi ha avuto un atteggiamento di grande rispetto, un silenzio profondo che esprime il massimo della comprensione verso noi e verso di te. Io so perché ero lì. Non solo ti ho ascoltato nelle tue parole, anche, ti ho visto e ho letto nei tuoi occhi la serenità nel muovere quei primi passi sul ponte Vrbanja. Poi ci sono persone che pur senza accorgersene (almeno spero) tendono a colpevolizzare noi che siamo rimasti vivi, dando per scontato che un soldato può uccidere sempre, mettendo sullo stesso piano te e noi con chi ammazza. Ed è su quei perché che vorrei fare un quadro formato dal mondo pacifista almeno qui in Italia. Credo di poter delineare due ambiti che non sono contrastanti tra loro.
Una linea, forse la maggioritaria, è quella che dice che dobbiamo liberarsi dal tabù della guerra, dobbiamo impedire che pochi governanti, pochi banchieri e pochi militari, decidano a nome di intere popolazioni, se fare e come fare le guerre. Dicono, che dobbiamo impedire che i pochi, quelli che hanno in mano l’economia mondiale, creino le situazioni per le quali poi, governanti e generali, anche essi schiavi (anche se non carne da macello) di questo sistema, ci portino poi a vivere nelle contraddizioni delle guerre.
Sempre in quest’area del mondo pacifista si dice che dobbiamo entrare dentro la contraddizione della guerra, non rimanerne fuori. Ecco perché è importante andare in Bosnia Erzegovina e in Sarajevo vivendo la quotidianità della gente con tutto il dramma e le contraddizioni che questo comporta, cercando, nel paese in cui viviamo, in questo caso l’Italia, di muoverci affinché il governo, i parlamentari, gli economisti, i ministri, i capi religiosi facciano sentire la voce se non di tutto il popolo, almeno di quello della pace; trovando anche quei canali politici diretti e indiretti, che comunque escludono in un qualche modo il rapporto diretto con la morte. Si ritiene che il rischio di perdere la vita non ne valga comunque la pena. Non per paura o vigliaccheria, ma perché si ritiene che la vita è sacra e la perdita anche di una di esse non aiuta a risolvere il problema della guerra. L’altra anima del pacifismo, anche questa composita, è formata da non credenti e da credenti, da uomini e donne facenti parte delle varie chiese, da atei o religiosi ma non praticanti, non mancano neanche le persone fortemente politicizzate, insomma, c’è un po’ di tutto anche in questa anima pacifista.
Questi ribadiscono le scelte espresse prima, in più danno fortemente peso a quella che chiamiamo interposizione popolare nonviolenta. Cioè usare noi stessi, il nostro corpo con tutto quello che significa, la nostra mente, i nostri pensieri, la nostra anima, la creatività, la nostra capacità di amare come strumento di lotta.
A differenza di un soldato succube di politiche nazionaliste, che usa un oggetto esterno a sé come un mitra, noi usiamo noi stessi in forza positiva.
La differenza è sostanziale perché questo significa il ricercare strumenti di lotta che hanno l’obiettivo comune, ma che, in questo caso, porta a scegliere l’uso di noi stessi per rispondere in modo concreto, se vogliamo anche drammatico (non mi fa paura questa parola) a questa violenza degli Stati della quale siamo tutti succubi. E tra tutti questi i più indifesi ne fanno le spese.
Nel fare il quadro di ciò che stiamo vivendo emerge il problema che più ci preoccupa che rischia di dividerci, quello che fa stare male tutte le persone sinceramente in ricerca. È la questione del rapporto tra vita e morte e… compagno Moreno, in questa riflessione in quei giorni a Sarajevo ci sei stato di grande aiuto perché hai sempre quasi forzatamente riportato tutti, me compreso, a dover fare i conti con questo rapporto che ognuno di noi ha con la vita e con la morte, quindi con la propria storia, con il proprio spessore culturale, politico, morale, con il nostro essere uomini e donne (di cultura), con l’essere cristiani, cattolici.
Sull’essere cristiani sarebbe veramente simpatico cercare di capire, non vorrei che qualcuno pensi che tu faccia parte di quelli “tutto casa e chiesa” che amano innanzitutto Dio e poi, forse l’uomo. Questo è il nocciolo della questione. Non credo che nella storia mai nessuno ha e potrà dare una risposta assoluta a questo problema, perché dal livello politico, dal livello strategico, inevitabilmente si passa al livello soggettivo che è personale e che poi diventa collettivo quando più singoli si mettono assieme.
Il nostro voler essere parte di questa Chiesa con tutte le fatiche le difficoltà, le incazzature che questo comporta, scegliendo quella parte della Chiesa stessa che sta con la gente che vive ai crocicchi delle strade e nelle piazze, vuole essere come Francesco e i tanti altri non conosciuti che hanno scelto i senza diritto e i senza potere, segno tangibile che il messaggio del Vangelo può essere incarnato nel vivere quotidiano dell’umanità.
Viviamo il peso di stare in questa casa comune fatta anche da cattolici politicanti da strapazzo, da laici, religiosi, preti, vescovi, cardinali che formano l’altra parte della Chiesa, la Chiesa di potere, la Chiesa dei calcoli, la Chiesa che ha – e gli è riconosciuto – il potere contrattuale a livello internazionale. La Chiesa delle banche della speculazione, la Chiesa dei dogmi e dell’unica verità. Con te, Moreno, c’era un sentire comune sul rapporto tra vita e morte, tante volte ci siamo detti e ridetti che ha poco senso, per noi, parlare della vita e della morte in astratto senza avere una dimensione progettuale, senza cercare di capire o peggio ancora senza sapere nemmeno perché siamo in questo mondo, perché accettiamo di vivere in questo mondo fino a quando anche noi dovremo lasciarlo. “COSÌ COME CI SENTIREMMO LIBERI ANCHE SE MESSI IN CARCERE PERCHÉ LOTTIAMO AFFINCHÉ VENGA RISPETTATO IL DIRITTO DEL VIVERE LIBERI DEGLI ALTRI, COSI’ MOLTO SERENAMENTE SENA PRESUNIZONI, METTIAMO A DISPOSIZIONE LA NOSTRA VITA AFFINCHÉ VENGA RISPETTATO IL DIRITTO DI ESISTERE DEGLI ALTRI”.
Sono certo Moreno, che noi ci siamo intesi e spero che gli altri abbiano capito cosa vogliamo dire. Se noi seguiamo i parametri culturali e storici del nostro vivere di oggi, tutto ciò appare veramente irrazionale come è irrazionale il messaggio evangelico.
Ricordi quando sulla strada per arrivare sul ponte Vrbanja commentavamo quel passo della bibbia che dice “il Signore è il mio pastore, non manco di nulla, nei suoi pascoli mi pasce” e le “Beatitudini”? Quanto di irrazionale c’è in questi passaggi… Come quanto è irrazionale la guerra o, meglio, lo è per noi. Quando si entra nel vivere la profondità di ogni essere umano, non si può, non ha senso e non serve a nessuno esprimere dei giudizi, dire è giusto o non è giusto; questo è vero o non è vero.
Chi pensa che noi in questi giorni e anche in futuro piangiamo la tua morte, non ricorda o non sa che noi abbiamo pianto e sempre piangeremo per la morte di tutti, di tutti i morti di tutte le guerre, i civili e i militari, dei morti per fame, i morti in carcere, dei morti nel mondo del lavoro a causa dello sfruttamento e delle catene di montaggio, di tutte quelle morti non per causa naturale.
Questo è un pianto un po’ particolare, non sono lacrime di uomini e di donne rassegnati che si piegano su se stessi, no, sono pezzetti di stelle che scendono dal cielo per illuminare ancor di più la Terra. Sta a noi dare un contenuto a questa luce, sta a noi metterla in ordine, pensare e continuamente realizzare dei progetti, dei tentativi, senza avere la presunzione di cambiare tutto e subito, senza avere la presunzione di capire tutto e subito.
A noi la fatica ma anche la gioia, sì, mio fratello e compagno Moreno, anche la gioia nel vedere che il domani sarà migliore grazie all’impegno e grazie anche al tuo modo di essere testimone. Testimone vuol dire rendere possibile l’idea.
È sapere che questa mia idea, questo progetto di un mondo migliore, più democratico, più giusto, più gioioso dove la gente è più libera anche di fare all’amore, sarà realizzata. Ricordi Sarajevo uno, Mir Sada, o certo, pieni di limiti per certi aspetti da non ripetere, ma… che grandezza di esperienze sono state, altro che fallimento! Ci siamo resi conto in ciccia che se non caschiamo nella logica culturale che ha frantumato le classi sociali povere di tutto il mondo, sfruttando la nostra capacità di amare, la nostra capacità di discernere, la capacità di saper pensare e progettare, credenti e non credenti, anziani e giovani, gente della cultura e gente come noi che, manca poco, non sappiamo né leggere né scrivere, possiamo trovare le radici comuni. Radici comuni che sono l’essenza dell’essere umani, persone “in piedi, rette”, allora lo sforzo comune deve essere proprio quello di rivendicare a ognuno di noi, italiani e non, grandi e piccoli, belli e brutti, questa voglia, questo bisogno vitale di trovare le radici comuni e su queste, creare quell’unione rispettosa della “diversità” degli altri, per progettare lotte concrete fattive, possibili, fatte da noi “i senza potere e i senza diritto”, per imporre a quei pochi criminali che hanno in mano la politica e l’economia mondiale, di cambiare rotta.
Già sto pensando ad una iniziativa da realizzare qui sul territorio italiano. Un’azione nonviolenta davanti o dentro al ministero degli esteri, non di mezz’ora o di mezza giornata, ma a oltranza e portare le richieste che sono state anche le motivazioni che ci hanno portato sul ponte Vrbanja.
Penso a questa iniziativa non per giustificare la tua morte Moreno, ma per dare continuità a quella iniziativa sulla quale sono disposto ad ascoltare con profondità pensieri diversi, ma che comunque deve avere una continuità.
L’iniziativa nella quale tu sei morto fa parte delle migliaia, dei miliardi di iniziative, di tentativi che non possono fermarsi perché un’altra vita è stata volutamente stroncata. Su questo credo che siamo tutti d’accordo tu e tutti gli altri.
Voglio dirti un’ultima cosa, ho preso in prestito la tua giacca a vento, quella blu e rossa. Voglio cucire due fiori di stoffa sopra i fori provocati dalle pallottole che ti hanno ucciso, in segno che la vita continua e che noi tutti non ci fermiamo.

 

 

 

 


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