Pubblicato da: mattiacivico | 8 giugno 2017

Dopo otto anni, il garante dei detenuti. Il mio intervento di replica in aula

mattia in aulaOggi il Consiglio Provinciale ha approvato il testo unificato che istituisce le figure di garante dei detenuti e dei minori.

Grazie ai colleghi che sono intervenuti in questa discussione generale, dai toni pacati e dai contenuti importanti: a volte punti di vista diversi non sono totalmente inconciliabili, specie se si assume il punto di vista delle comunità e non quello delle appartenenze, che a volte ci spingono alla inutile ideologizzazione dei temi.
Esprimo intanto soddisfazione per il dibattito che c’è stato e rinnovo il ringraziamento per i contributi fin qui espressi. Su una cosa credo possiamo essere tutti d’accordo: il carcere, il carcere di Trento, la casa circondariale, non è un corpo estraneo alla nostra comunità: è un contenitore collocato dentro la nostra comunità e le persone che a vario titolo operano e vivono dentro quelle mura sono appartenenti alla nostra comunità. Questa mi pare una base di partenza che può essere la base comune. Erto abbiamo punti di vista e sensibilità differenti: magari uno enfatizza più l’attenzione ai detenenti, l’altro più l’attenzione ai detenuti, l’altro più gli aspetti sanitari, gli altri più la funzione rieducativa della pena, altri ancora quella più restrittiva di sicurezza o di risarcimento nei confronti delle vittime. Però nell’esprimere questi punti di vista differenti sostanzialmente abbiamo detto, insieme, una cosa: che quel carcere è parte della nostra comunità e che quel contenuto ci riguarda.
Quindi detenuti e detenenti, certamente. Ricordandoci, l’ho detto in premessa – l’ho detto nella parte di ragionamento che va a fondamento della presentazione del disegno di legge – che mai nessuno ha pensato che il Garante dei detenuti potesse essere una funzione contro qualcuno. Non è mai contro qualcuno, ma è a favore del pieno riconoscimento dei diritti, nella consapevolezza che il pieno riconoscimento dei diritti fa fare percorsi positivi alle persone e che, pertanto, migliora anche il clima interno, anche il clima lavorativo dei detenenti e di chi ha responsabilità educative, trattamentali, sanitarie, di controllo, di accompagnamento e di sorveglianza.
Qualcuno ha enfatizzato maggiormente il tema del sovraffollamento e il tema della carenza di personale. Io vorrei dire una cosa, molto chiaramente: c’è stato un periodo in cui i direttori del carcere di Trento erano sempre direttori a scavalco, c’è stato un periodo in cui non avevamo un direttore del carcere. In quello stesso periodo avevamo lo stesso problema di oggi: sovraffollamento e personale sotto organico. In quella stagione il Consiglio provinciale ha approvato un ordine del giorno, a prima firma del sottoscritto, per chiedere il pieno rispetto del protocollo sottoscritto tra Stato e Regione. Questa non è una battaglia di parte, è e deve essere una battaglia di tutto il Consiglio provinciale. Che il Consiglio provinciale chieda al Governo, allo Stato, il pieno rispetto dei protocolli sottoscritti deve essere una battaglia comune.
Detto questo, io però aggiungo che questo non basta. Non possiamo fermarci a questo, perché non è sufficiente il rispetto dei numeri e il rispetto degli organici, perché poi quello che succede nelle istituzioni totali – e succede in tutte le istituzioni totali – è che detenuti e detenenti giocano ruoli differenti. È evidente. Noi qui oggi diciamo che sono la stessa comunità carceraria. va bene: diciamocelo, se serve a dirci che sono parte della nostra comunità, ma diciamo anche che detenuti e detenenti hanno ruoli diversi. Diciamo anche che il ruolo dei detenenti e quindi della struttura trattamentale, dell’amministrazione, degli agenti, non è solo quella del controllo, ma è anche quella della promozione di percorsi positivi. Perché la cosa che a noi deve interessare, più di tutte, è che, scontata la pena, non escano delinquenti più delinquenti di quelli che sono entrati, ma escano persone che hanno fatto un percorso di senso, che possano avere scoperto, o riscoperto, che è possibile vivere all’interno della comunità rispettando il patto di legalità. Questo è l’obiettivo, anche della detenzione, altrimenti, se noi ci scordiamo questo, non ha senso la detenzione. Altrimenti il carcere rischia di essere la fabbrica dei delinquenti. È un paradosso. Un paradosso in cui dobbiamo provare a stare.
Io penso che una figura come il Garante dei detenuti non sia la panacea universale. Non è la soluzione a tutti i problemi, ma è la concretizzazione del nostro interesse nei confronti del carcere. Il Consiglio provinciale si dà uno strumento per dire che quel carcere è parte della nostra comunità e a noi interessa sapere che cosa succede là dentro. A noi interessa sostenere le buone risorse, le buone intenzioni, il buon operato di chi ci lavora. A noi interessa promuovere percorsi di crescita, di emancipazione e di ritorno alla legalità di quelli che sono detenuti.
Per fare questo, dobbiamo dimostrare tutti i giorni che lo Stato è più affidabile della malavita. Questo è il punto: noi dobbiamo essere più desiderabili della malavita organizzata e, per farlo, dobbiamo saper rispettare la dignità, i percorsi e le condizioni povertà e fragilità delle persone. Le giudica il giudice, ma una volta emessa una sentenza il giudizio sulle persone va superato nella vicinanza e nell’accompagnamento verso percorsi di riscatto. Se non facciamo questo, saremo inevitabilmente sommersi dalle questioni della recidiva.
Il carcere non sempre è un luogo in cui i diritti fondamentali vengono pienamente rispettati. Questo non venga vissuto come un’accusa a qualcuno, ma è nella natura degli istituti totali il rischio che questi comprimano fortemente i diritti personali delle persone che lì vivono. Questo non perché ci sono delle guardie cattive, non perché c’è un direttore cattivo e perché tutti gli altri sono buoni, ma perché è nella natura delle istituzioni totali restringere il campo dei diritti personali. È la natura delle istituzioni totali. Altrimenti non si spiegherebbero alcuni dati che a livello nazionale sono preoccupanti. Ci sono dei dati anche locali, ma siccome siamo dentro un panorama nazionale, iniziamo da quelli nazionali.
Qualcuno ha detto che in carcere ci sono i delinquenti, ma ci sono anche quelli in attesa di giudizio e il nostro ordinamento garantisce il fatto che fino a sentenza definitiva una persona non possa essere dichiarata un delinquente. Ci sono anche quelli in attesa di primo giudizio. La popolazione carceraria dunque non è solo composta da delinquenti patentati e definitivi, c’è una popolazione composta in vario modo.
Non è una scusante per nessuno, ma le ragioni per cui si può arrivare a delinquere possono essere molteplici. A volte sono cause determinate da appartenenza a contesti sociali di povertà, di arretratezza culturale, che evidentemente vanno colmati. La detenzione, oltre che essere l’esecuzione della giusta sentenza, può essere anche una straordinaria occasione per colmare quel vuoto che ha fatto deviare i percorsi delle persone verso l’illegalità, con tutte le responsabilità personali e individuali che le persone devono assumersi.
Se noi non ci mettiamo in ascolto di quello che là dentro succede, rischiamo che rimanga soltanto una voce possibile per i detenuti, che è quella degli atti di autolesionismo, che è quella dei suicidi. Questo è un altro dato che non possiamo non considerare. Se non diamo un segnale di ascolto a quella popolazione, il loro modo, il modo di comunicare di persone che non hanno la possibilità di interloquire con l’esterno, è quello di fare del proprio corpo la parola per urlare la propria condizione di malessere. Questo succede a livello nazionale e succede anche a livello locale.
Sono circa 30-40 ogni anno gli atti di autolesionismo grave che avvengono, nel nostro carcere di Trento. Io spero che con un contributo, anche da parte nostra, di maggior ascolto e di rapporto più costante con quella popolazione, riusciremo forse a trovare altre strade per dialogare e comunicare.
Nel ringraziare la prima commissione, la giunta, il gruppo consiliare, la conferenza dei capigruppo, vorrei simbolicamente consegnare questa norma a detenuti e detenenti, a operatori e volontari che operano in carcere perché questa norma é per loro. E se mi é permesso, vorrei dedicare questo sforzo che ci ha portato fin qui ad una persona che detenuti e detenenti hanno insieme amato: padre Fabrizio Forti.


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