Pubblicato da: mattiacivico | 13 giugno 2018

Caffé o birretta?

Questo è un invito a bere un caffè o una birretta.IMG_2047

Ieri sono stato alla manifestazione davanti al commissariato del Governo di Trento per protestare contro la minaccia di Salvini di chiudere i porti e per manifestare solidarietà a quei 629 sospesi nel limbo della nostra indifferenza. Sono uscito da quell’incontro con una buona dose di speranza ma anche con due amare considerazioni: siamo sempre di meno, siamo sempre più divisi. Siamo sempre di meno, perché la cultura dell’accoglienza e della solidarietà, dell’aiuto reciproco, il senso di umanità, sono in questo Paese (anche qui da noi?) passati in minoranza. Rimango sempre più spesso sorpreso dai dialoghi con persone che pensavo avere opinioni e sensibilità vicine alle mie che in questo ultimo periodo hanno invece sposato le tesi della chiusura, con espressioni di insofferenza se non di disprezzo verso immigrati, omosessuali, rom, chiunque sia minimamente diverso da un noi sempre più ristretto. E sempre più spesso chi esprime la necessità di rimanere aperti all’accoglienza e all’incontro viene sommerso di insulti e di violenza verbale, cardinal Ravasi o monsignor Zuppi compresi.

Sempre di meno ma anche sempre più divisi, perché (anche ieri) troppo spesso le nostre energie sembrano a volte orientate a porre distinguo, ad attribuire colpe, a dire chi aveva o meno diritto di parola. Nella ricerca di disegnare un confine rassicurante entro i quali i “senza macchia” possono esprimere giudizi e impartire lezioni. Salvo spesso farlo dal divano di casa propria. Invece il mondo del fare è pieno di contraddizioni, si sbaglia, si prova….

Allora, cosa possiamo fare? Due proposte.

Innanzitutto cercare e affrontare il dialogo con chi ha posizioni di chiusura e di rifiuto dell’accoglienza. E farlo non tanto sui social, ma nella realtà. Berci un caffè, una birretta, ascoltarci. Scoprendo che la verità non sta da nessuna parte, ma che c’è la vita, l’umanità, la dignità da salvare. La “loro”, la “nostra”. Coltivare sinceramente l’interesse per l’opinione altrui, senza giudicarla e liquidarla con etichette di razzismo o fascismo. Seconda cosa che possiamo fare é “fare”. Uscire e far uscire di casa e dalla dialettica dello scontro, coinvolgere le persone nel conoscere e nel fare. Molta della rabbia e del rifiuto verso i migranti poggia sull’idea che sono numeri e sulla difficoltà nel riconoscerne l’umanità. 629 é un numero. Ma anche 65 milioni (il numero dei rifugiati nel mondo) é un numero. Bisogna fare lo sforzo di conoscerli, di impararne i nomi, di vederne i volti, di ascoltarne le storie. E per farlo dobbiamo recuperare la capacità di mobilitare, di fare insieme.

Alla complessità di questo momento risponderei dunque, da cittadino innanzitutto, con queste due semplici proposte: prendiamoci un caffè e facciamo insieme. Perché se non riusciamo a convincervi tutti insieme, bisognerà convincervi uno ad uno. Consideratelo un invito.

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